martedì 9 gennaio 2018

I miei anni Ottanta

Finalmente, con il solito cronico ritardo, ho finito di vedere la seconda stagione di Stranger Things, glorioso revival di atmosfere anni Ottanta, ma senza gli eccessi peggio riusciti regalatici da quell'epoca, in chiave fanta-horror. Con la ormai collaudata formula della miniserie (sei puntate le prima stagione, nove la seconda), Stranger Things è un meraviglioso arazzo da lucciconi agli occhi, che tra volti storici - Wynona Rider, David Harbour, Matthew Modine, Sean Astin - e volti nuovi - il cast di ragazzini, tra i quali Finn Wolfhard e naturalmente Millie Bobby Brown, la straordinaria Eleven - gioca con le aspettative degli spettatori senza diventare frustrante, recupera un'ambientazione deliziosamente vintage facendo autoironia sulle molteplici citazioni, e dà vita a personaggi per i quali è difficile non empatizzare, tra esperimenti scientifici fuori controllo e altre dimensioni, celebrazioni dei giochi di ruolo e colonna sonora da "accidenti, me la ricordo questa! Non la sentivo da un sacco!", poteri mentali e mostri in libertà (ma con effetti speciali degni), pettinature improbabili e mancanza di tecnologia oggi ovvia (zero cellulari o internet, naturalmente, mentre i computer utilizzano il BASIC e i biciclettari girano senza casco e ginocchiere).
Ora, non mi interessa qui fare una recensione della serie - su internet ne troverete fino alla nausea, e come al solito tranquilli, non mancano battaglie tra fan sfegatati e haters, se avete tempo da perdere e pop corn a disposizione. Come avrete probabilmente già capito, ho adorato entrambe le stagioni, episodio più episodio meno, e non vedo l'ora di vederne una terza; mi sono affezionata ai personaggi e alle atmosfere "di una volta", mi sono divertita a lasciarmi naufragare in un dolce mare ben riconoscibile ma non per questo meno godibile. Ho sorriso, ho riso, mi sono ritrovata con gli occhioni spalancati come all'epoca in cui guardavo Gremlins o Ghostbusters: insomma, mi dichiaro soddisfatta.


Si sono versati fiumi di cyberinchiostro, poi, sul revival anni Ottanta di cui Stranger Things è uno dei picchi, ma che comprende anche l'aggiornamento dell'ambientazione di It che, nella prima parte, ha fatto muovere il Club dei Perdenti nell'epoca dei New Kids On The Block anziché negli anni Cinquanta; oppure, e qui so che si scatenerà la commozione selvaggia, San Junipero, straordinario episodio della terza stagione della (mi ripeto, straordinaria) serie Black Mirror. Un revival probabilmente fisiologico, ora che chi aveva l'età dei protagonisti di Stranger Things, all'epoca, è l'adulto nostalgico di oggi.
Io ci sono nata, negli anni Ottanta (nel mitico 1982, per la precisione), e di tanto in tanto mi sento dire che in fondo sono ancora una "anni Settanta onoraria", probabilmente perché il mio spirito è più affine a questi ultimi che ai primi. Come comprenderete, i miei ricordi sono vaghi, soprattutto legati alle repliche, per così dire, che alla diretta: sono cresciuta tra acchiappafantasmi, automobili che viaggiano nel tempo e re dei goblin che governano su labirinti misteriosi, ma non li ho vissuti al cinema, bensì registrandoli su videocassetta e rivedendoli fino a consumarne i nastri. Ricordo le repliche di Drive In e la politically uncorrectness che oggi farebbe rabbrividire i leoni da tastiera, le giacche di jeans con i lustrini e le pettinature atroci che scivolavano poi senza soluzione di continuità negli anni Novanta, quando i film che continuavo a rivedere erano sempre quelli. E adesso contemplo i mostri di gomma di Grosso guaio a Chinatown e continuo ad adorarli, perché anche se gli effetti speciali erano artigianali, accidenti, lo spirito c'era. Lo spirito che animava quelle avventure e ti faceva restare a bocca aperta, quel meraviglioso equilibrio tra ironia, autoironia e pericolo che riusciva a farti innamorare di Jack Burton, o di Peter Venkman (molto più che di uno Schwarzenegger o di uno Stallone, per quanto mi riguarda), a farti ridere e allo stesso tempo a interessarti davvero al destino di quei mondi in pericolo - quelli dove un mostro di marshmallow calpestava le chiese di New York e un antico stregone cinese immortale rapiva le ragazze (con gli occhi verdi come me, non so se mi spiego...) per spezzare una maledizione, quelli dove galeoni pirati si celavano nelle grotte protetti da infiniti tracobb... ehm, trabocchetti, e dove il nuovo vicino di casa poteva essere un vampiro molto affascinante e molto crudele. È così difficile raggiungerlo, quell'equilibrio: ecco perché Ghostbusters fa ridere ma è anche epico e Thor: Ragnarok riduce le disavventure di Asgard a un cinepanettone volgarotto e sciocco*. No, non sto dicendo che solo gli anni Ottanta fossero in grado di produrre classici d'avventura e del fantastico: sto dicendo che nei suoi migliori esempi, quell'epoca è riuscita a conciliare artigianato, passione, autoironia e brivido, ed è un mix che, in passato, ora e sempre, sa colpire nel segno.

Occhio a Jack Burton, tipo tosto anche con il rossetto
Ma gli anni Ottanta sono anche le pettinature atroci (lo so, le ho già citate, ma davvero... urgh!) e il maschilismo sfacciato e onanista, il consumismo incosciente e le speculazioni selvagge che hanno calpestato il sogno hippie del decennio precedente, il mito della conquista del mondo da parte dell'uomo che "si fa da sé" (si vedano Il segreto del mio successo, o, in chiave femminile, Una donna in carriera) precedente alla disillusione dell'epoca in crisi nella quale, noi figli degli anni Ottanta, ci siamo ritrovati (anagraficamente) adulti: quella in cui di noi non c'è bisogno, quella in cui "a qualunque età sono già fuori mercato", per citare Caparezza; quella in cui si va all'estero perché qui si muore; quella in cui ci si illude di avere una "voce" in base alle visualizzazioni del blog, senza pensare che se tutti urlano nel marasma si diventa indistinguibili; quella in cui i Neanderthal difendono il machismo omofobo o l'eterno ideale destrorso della donna che deve "tenersi un uomo" a qualunque costo perché senza "è persa" o che se non ha figli "non può essere felice né appagata" o che "deve farsi mantenere, non lavorare" altrimenti "è egoista" e se legge sceglie solo "libri al femminile"** (e specifico prima che qualcuno insorga: ben vengano le mamme felici e casalinghe, se lo hanno scelto liberamente; allo stesso tempo, ben vengano le donne felici di essere single e cambiare uomo ogni notte, o quelle in carriera, o quelle... tutte, insomma, purché libere di essere quello che vogliono davvero. Come tutti).

E quindi, qual è la conclusione? Che lo sfavillare brillantinato degli Eighties celava la muffa crescente che oggi ricopre il nostro povero mondo sull'orlo dell'autodistruzione? Voglio intessere una nostalgica celebrazione dei giorni che furono o scoperchiare tombe e additare il marciume?
Né l'uno né l'altro. Perché chi sono io? Non una sociologa, né una filosofa. Io sono un'amante delle storie - quelle che mi raccontano e quelle che racconto io. E amare le storie della mia infanzia non mi impedisce di notare i lati negativi di un'epoca dove tutto sembrava in espansione - appena prima del crollo; così come notare gli aspetti distorti dell'epoca in cui vivo, dove tutto sembra inesorabilmente contrarsi e riportare in vita cadaveri di dittature date per spacciate ma in attesa di risorgere, non mi impedisce di apprezzarne le espressioni migliori: chi non cessa di lottare per i diritti umani - nell'accezione più ampia - o per un pianeta più pulito, chi non smette di rivendicare la propria identità in barba ai modelli dominanti. E, infine, chi narra le nuove storie dotate di spirito, quando le trovo. Che siano ambientate oggi o negli anni Ottanta.
In fondo, di quell'epoca mi mancano davvero i ragazzini abituati a sbrigarsela da soli e a girare in bicicletta senza che i genitori potessero tenerli costantemente sotto controllo tramite cellulare (un esempio di tutte quelle cose che farebbero rabbrividire i genitori d'oggi, i quali pure dovrebbero avere la mia età, o essere di poco più grandi o di poco più giovani... com'è che si è arrivati a questo punto?) Non perché i cellulari siano il male, né sto dicendo di abbandonarli; ma non sarebbe meglio mantenere allenato il cervello, in modo da riuscire a godere dei progressi tecnologici senza diventarne schiavi, senza soccombere ai loro aspetti negativi? Mi manca, insomma, la capacità di rischiare un po' di più senza bisogno che sulla tazza del caffè ci sia scritto "attenzione è caldo". Magari queste cose, degli anni Ottanta, varrebbe la pena di recuperarle, senza bisogno di riprenderci pure quelle negative. E magari possiamo dire no a quello che di questo terzo millennio ci fa rabbrividire senza bisogno di vivere nel passato.

* No, questa non gliela perdono.
** Da tutto ciò deduco di non essere una donna.

On air:
Belinda Carlisle, Heaven is a place on Earth
Cyndi Lauper, Time after time

giovedì 4 gennaio 2018

Buoni propositi del 2018 (da lettrice)

Da Pinterest
Mi accodo a Giusy di Divoratori di Libri, che in questo bel post ha elencato i suoi "buoni propositi di lettura" per il nuovo anno, e ne fisso qualcuno anche io. Duole ammetterlo, ma mentre la quantità di libri che vorrei leggere non fa che aumentare - non solo perché ne escono continuamente di nuovi, ma anche perché i miei interessi continuano a espandersi - il mio tempo per leggere diminuisce, e di conseguenza diminuisce la quantità di libri che leggo ogni anno. Parlo di quelli che io scelgo di leggere, non di quelli che mi capitano in mano per lavoro, altrimenti la lista triplicherebbe o più. No, non stabilirò un "obiettivo numerico" da raggiungere perché non sto facendo una gara; si tratta semplicemente di considerazioni di come mi piacerebbe fosse il mio nuovo anno da lettrice.
Dunque, vediamo un po'.

1-Difendere il tempo per leggere (leggere quello che voglio io, non quello che leggo per lavoro) è ovviamente il primissimo punto della lista. La sera, per esempio, arrivo di solito con il cervello cotto, ma dopo la pausa cena e una puntata di telefilm per rilassarsi, se non ci sono altri impegni, sto ritrovando la sana abitudine di prendere in mano un libro.

2-Proseguire con i Dresden Files (ne ho letti 4, vorrei leggerne almeno altri 4 prima della fine dell'anno). La saga di Jim Butcher è infinita (conto diciassette volumi, parlando solo dei romanzi), ma i libri non sono lunghissimi e scorrono veloci, per cui vorrei prima o poi godermeli tutti.

3-Leggere alcuni libri che ho impilati in casa da una vita ma sono sempre stati superati in coda di lettura da altri. Non oso nemmeno contare quanti siano: approfondimenti su temi che mi interessano, su cui ho letto svariati volumi ma ne ho acquistati di più, romanzi che mi incuriosivano ma sono rimasti sullo scaffale, occasioni imperdibili...

4-Variare di più tra generi, libri in italiano e in inglese, narrativa e saggistica. A seconda del periodo, tendo a focalizzarmi su determinate caratteristiche (in particolare mi capitano periodi in cui salto da un saggio all'altro, ovviamente in inglese perché la maggior parte di quelli che mi interessano in Italia non arrivano o arrivano chissà quando). Ecco, vorrei alternare con più regolarità i tipi di lettura.

5-Esplorare letture insolite. Spaziando su generi che normalmente non leggo, scoprendo autori nuovi, stupendomi.

Libri ricevuti a Natale. A parte quelli di ricette (che non vedo l'ora di sperimentare perché le ho sbirciate e... yum!) gli altri vorrei leggerli tipo prima di subito... Ma prima ho in coda altro. As usual. (Sì, in primo piano c'è una lampada-libro che si accende aprendolo *___*)

lunedì 1 gennaio 2018

A new year... in the making

Una delle ultime foto dell'anno...
un po' elvish style
Il novanta per cento delle volte che mi capita di leggere post o commenti sull'anno che finisce e quello che inizia, il succo del discorso è quantohafattoschifoquestoannodimerdanonvedol'orapassiesperiamocheilprossimononsiacosìorrendo.
Ora, tutti viviamo alti e bassi e di cose di cui avrei fatto a meno, nel 2017, ne ho anch'io, ma mi sento anche grata per tutte quelle buone, per tutti i ricordi che conserverò nel cuore. Così, ho deciso per il "focus on the positive". Fotografare l'anno che termina per quei piccoli o grandi particolari che mi hanno fatto sorridere, per le belle esperienze e per le sciocchezze apparentemente da poco, e affrontare il prossimo pensando a quello che vorrò fare. Sono stanca dell'eterna lotta impotente contro quello che non posso controllare e/o non posso cambiare; ciò che conta è quello che posso gestire io, il mio atteggiamento in primis. Sarà poco, a volte, ma è importante lo stesso.

E così, il 2017 è stato un anno di soddisfazioni e di momenti difficili, emotivamente parlando. Di cambiamenti personali e di progetti mancati. Di decisioni dolorose e di ripartenze. Ma, appunto... concentriamoci sul positivo, no? E quindi, se penso a quest'anno, molte cose mi tornano alla mente:

- libri che ho tradotto e amato moltissimo, come I diari della principessa di Carrie Fisher, Senza filtri di Lily Collins e un altro ancora, una scoperta bellissima che ho adorato (ma lo troverete a febbraio...) Sono state tre soddisfazioni personali grandissime.
- Così come, sempre per quanto riguarda il lavoro, è stata splendida - e lo è ancora - l'esperienza di insegnante alla Scuola Palomar. Un'esperienza che non si esaurisce con le lezioni, ma che rimane dentro, arricchisce, amplia gli orizzonti come poche altre.
- gli esercizi che ho iniziato a svolgere quasi tutti i giorni, affiancandoli all'aikido: qualcosa di nuovo per me, un passo avanti che solo qualche anno fa mi sarebbe parso impossibile. Un modo per riappropriarmi del mio corpo, dopo una vita di rapporto conflittuale con esso, di ferite fisiche ed emotive. Entrare in negozi dove un tempo non avrei trovato niente che mi andasse e potermi comprare tranquilla un paio di jeans di due-tre-quattro taglie meno rispetto ai miei periodi peggiori è una soddisfazione non da poco; ma lo è anche riuscire a fare esercizi che un tempo non riuscivo a reggere, notare i piccoli progressi, i movimenti più armonici, i muscoli delle braccia, delle gambe o degli addominali che assumono un'altra forma. Non si tratta semplicemente di estetica: si tratta di fare pace con una parte di me che non è mai "andata bene" fin da quando ero piccola.
- le profondità blu del mare al largo di Tenerife, esplorate con muta e bombole d'ossigeno: la mia prima esperienza di scuba diving, insomma. Una danza nel mio elemento, l'acqua. Una sensazione d'euforia e pace, di libertà e magia. Un'altra cosa che un tempo non avrei avuto il coraggio di fare. Spero solo che sia la prima volta, ma non l'ultima, perché se abitassi in una località di mare non farei altro che stare in acqua...
- Tenerife, ancora: è sembrata, in un certo senso, la prima vera vacanza di tutta la mia vita, per alcuni aspetti. La porto nel cuore per troppi motivi troppo complessi e personali per descriverli qui.
- il sapore del pistacchio e del limone, a condire l'estate. Mai particolarmente amato, mai cercato il pistacchio, eppure da un giorno all'altro, senza preavviso, quest'estate ho iniziato a cercarlo, nel gelato, nei dolci, in cucina. Così come ho iniziato a sperimentare ricette al limone. Perché? E chi lo sa. Cambiamenti. Evoluzione. Di sicuro sono sapori che sento ancora sulla lingua, se ripenso all'estate.
Da Pinterest
- i tatuaggi. Due. Uno per dire speranza. L'altro eternità, legame, famiglia... nonostante tutto e tutti. Spesso mi ritrovo ad accarezzarlo, quel tatuaggio, quell'edera che mi colora la pelle e che voglio tenace come quella in vaso nella mia cucina, o ancora di più - quell'edera che sopravvive in ogni condizione.
- il Natale. Un Natale caldo, bello, dolce.

Ma adesso è tempo di pensare anche al 2018, no? E quindi, cosa voglio portare con me nel prossimo anno - chi voglio essere? Quali sono, insomma, i "buoni propositi"?

- prima di tutto, voglio riappropriarmi del mio tempo. Salutare Facebook staccandolo mentre lavoro, per esempio, in modo che non mi distragga e io possa essere più produttiva. Ma anche tenermi il tempo di scrivere, il tempo per i week end di riposo o di viaggio, il tempo per vivere. Quest'anno ci ho provato, ma si può fare di meglio... passo dopo passo, un passo alla volta.
- l'entusiasmo per i nuovi progetti, anziché perdere energie e buon umore a pensare a quelli che non vanno in porto per un motivo o per l'altro. Voglio ritrovare la gioia di esprimermi come meglio credo.
- i libri, tanti, tantissimi, che attendono di essere letti. Storie, manuali, saggi, romanzi di ogni tipo. Voglio riempire la mia vita di inchiostro. Nel 2017 ho iniziato a ritrovare anche il tempo per la lettura, troppo sacrificato per un certo periodo.
- Decluttering. Voglio ripulire pian piano la mia casa del superfluo, di quello che non voglio più, di quello che si accumula e occupa spazio senza portare in cambio bellezza. E voglio più bellezza nella mia casa, più colori, più "piccole cose", più particolari che mi facciano sorridere.
- il romanzo nuovo in stesura. Un'impresa diversa da tutte le altre, stavolta. Mi sono data un termine di tempo, e intendo rispettarlo. E poi, altre storie. Tante.
- magia. Voglio magia, con tutto il cuore, di più, sempre di più.
- progetti arditi e obiettivi legati a date ben precise. Un po' mi spaventano, ma... di nuovo: un passo alla volta.

Mentre scrivo queste righe lotto per aggrapparmi a una fiducia che cerca di scivolarmi tra le dita. Ma so, ormai, che la fiducia per me è come le onde del mare, va e viene e anche se a volte non c'è poi ritorna. So che devo distinguere tra la pigrizia e il bisogno di riposare corpo e mente, e sapere quando è giusto concedermelo, quel riposo. Non so quanto riuscirò a fare di quello che vorrei, e so che tanto di quello che vorrei è semplicemente un desiderio impossibile, e so che la realtà non è come nei romanzi o nei film, e di sicuro non c'entra niente con nulla di quanto avrei potuto immaginare da bambina per il futuro; ma quello che farò voglio che sia magnifico, e quello che posso voglio che sia come un fiore ardente di colori. Voglio che faccia sorridere me, e chi mi sta intorno, e chi incrocio solo a volte, e chi sarà un semplice incontro fugace, e così via.

On air:
Caparezza, Ti fa stare bene

Da WeHeartIt

lunedì 18 dicembre 2017

Free Capa

Con un tantino di ritardo, mi ritrovo a parlare del concerto del buon Rezza Capa, ovvero Caparezza, a cui ho assistito il 6 dicembre al Forum di Assago; e, contemporaneamente, a segnalarvi il nuovo disco dell'artista pugliese, Prisoner 709, uscito qualche mese fa e saldamente tra i miei ascolti preferiti del periodo. Perché lo sanno anche i sassi ormai che a casa mia, quando lavoro e/o scrivo, c'è musica di fisso: una colonna sonora che mi isoli dal mondo esterno, mi sollevi l'umore se sono bloccata su un lavoro noioso o mi aiuti a creare l'atmosfera giusta se sto scrivendo è per me quasi imprescindibile, e senza dubbio preferibile. E durante i viaggi in macchina, be'... che ve lo dico a fare?
Amando con tutto il cuore Caparezza, non potevo non precipitarmi ad ascoltare la sua ultima fatica, né potevo esimermi dal fiondarmi a vederlo live. Per me è stato il suo terzo concerto, e senza dubbio si è trattato del più grandioso: scenografie sempre nuove a ogni pezzo, quattro ballerini e due coriste oltre alla band, una fantasmagoria di idee e suggestioni che hanno reso lo show di Caparezza, come ogni volta e in particolare questa volta, uno spettacolo sontuoso e indimenticabile. In due parti: la prima dedicata a Prisoner 709, un pezzo dopo l'altro senza pause; poi, quando l'artista non è più "prigioniero del concept" e quindi può di nuovo parlare, una seconda parte dedicata ai pezzi storici, con il buon Capa che chiacchiera col pubblico e con il secondo cantante, Diego Perrone. Non posso che ribadire: andate a godervi i suoi concerti, se ne avete la possibilità. Non ne abbiamo molti, di artisti così, in Italia.

E lo ribadisce anche la profondità di Prisoner 709: ogni nuovo capitolo della discografia "caparezziana" si rivela una perla, ogni nuova canzone è talmente densa di significati da richiedere decine e decine di ascolti per penetrarli davvero. E se Caparezza in passato ci ha regalato brani caustici sulla situazione - politica e non - italiana, se ha trattato di bullismo, di cliché, di crisi economica e di molti altri temi scottanti, già da Museica e ancora oggi con Prisoner 709 quello che mi tocca davvero nel profondo sono i riferimenti alla condizione dell'artista ingabbiato in un ruolo insidioso, alle insicurezze, e infine alla realizzazione che ciò che conta è quello che Ti fa stare bene. Ed è molto presuntuoso, certo, dire lo capisco, riconoscere in certe liriche le sensazioni e i sentimenti che ancora sto processando e che diventano, certe notti, un infinito travaglio. Cambia veloce il mondo, cambiano rapide le possibilità, ma la libertà arriva quando ci si rende conto di essere liberi di non correre per star dietro al vortice; che non è necessario inseguire, che non è affannarsi che ci renderà felici; che la strada giusta non è quella dove tutti corrono, ma quella che ci si crea da soli, dove il panorama ci piace, l'aria pura la si può respirare a pieni polmoni e ci si può fermare a contemplare un'alba finché ci aggrada, senza sentirsi in dovere di presenziare dove le insegne luminose strillano "è questo il posto in, è qui che volete essere".
Buon ascolto.

lunedì 4 dicembre 2017

Dicembre

Periodo di riflessioni, di lavoro, di progetti da portare avanti e di altri da lasciare indietro. È un momento in cui le giornate sono corte e il tempo vola velocissimo, e già siamo arrivati a dicembre anche se mi pare ieri che festeggiavo Samhain. Le cose da fare sono tante, i lavori da seguire pure, ma non voglio farmi prendere dall'affanno: sono giorni in cui preferisco coccolarmi. Scegliere di dedicare più tempo alla lettura, la sera, allenarmi con un circuito e poi rilassarmi con una doccia un po' più lunga del solito, vedere posti belli, frequentare persone piacevoli.
Forse anch'io sto riposando come i semi nel terreno, di fronte a un mese che già si prospetta talmente denso da sfrecciare via probabilmente in un lampo. L'ultimo di un anno faticoso ma anche soddisfacente, pieno di pensieri ma anche di esperienze da ricordare. L'anno "nel mezzo del cammin" della mia vita, che mi ha insegnato l'importanza del tempo per sé, che ha portato magia e sole, sudore e novità. Chissà che il 2018 non sciolga un po' del ghiaccio che resta a bloccarmi ora.
È un dicembre bianco, questo, anche se di neve qui non se n'è ancora vista. È un dicembre che ha l'oro delle fiamme di candela, il verde delle piante che resistono anche al gelo. Spero diventi fuoco d'ispirazione, coraggio e tenacia, e se stanchezza sarà, che sia senza pigrizia.

E mentre affronto dicembre un giorno alla volta, vi lascio un "consiglio di lettura" che fa il paio con il volume che vi avevo suggerito all'epoca di Halloween: stavolta si tratta di Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi (in foto, insieme al Pampe incuriosito dall'albero). Dal solstizio d'inverno all'epifania, tutte le tradizioni italiane legate a un periodo magico, di ritorno alla luce, di rinnovo del tempo ciclico, di celebrazione dei morti, di riti propiziatori per il futuro. Un libro densissimo e pieno di curiosità, di dettagli insoliti vicinissimi a noi eppure forse nemmeno sospettati; un libro, come quello su Halloween, che amo  consigliare ogni anno. Sarà che il folklore e le tradizioni popolari mi affascinano da sempre, sarà che quest'anno più che mai mi sembra di percepire l'oscurità e il candore di questi giorni, sarà che la vita è troppo breve per non tentare di riappropriarsi del tempo più prezioso - quello per volersi bene e per le persone importanti - e il mondo è troppo vasto e variegato per rifiutarsi di vederne la magia.

On air:
la magica e inquietante Trollferd, Kari Rueslåtten.


Il disegno viene da Pinterest.

martedì 28 novembre 2017

Quando le parole non arrivano

La settimana scorsa ho voluto riflettere su come risolvere l'impasse quando, per dirla in maniera semplice, non si sa "che cosa far succedere" in una storia, poiché è un argomento che mi capita spesso di affrontare con gli autori più o meno esperti che assisto. Il passo successivo e naturale è affrontare invece il più famigerato e insidioso "blocco dello scrittore": quando, insomma, anche sapendo che cosa dovremmo scrivere le parole non vogliono saperne di arrivare.
Ecco dunque qualche consiglio sparso, augurandomi non debbano mai servire, ma sperando che vi siano utili nel caso ne abbiate bisogno in futuro.

1-Un bel respiro.
I periodi no capitano, punto. L'essenziale è non andare nel panico, e forse basterà, per sbloccarsi, accettare la necessità di uno o più giorni di pausa. Prendete aria, fate passeggiate, leggete, tuffatevi in una serie tv, cucinate... distraetevi insomma, evitando l'ansia da chiodo fisso.

2-Rileggere.
Non mi è mai capitato un vero e proprio "blocco", ma nei periodi no, quando le parole arrancano, trovo utile rileggere il libro da capo, o rileggere le mie scene preferite, per ritrovare il "mood", per re-innamorarmi della storia e dei miei personaggi, per ricordare perché voglio scriverla e che cosa mi piace di quell'idea, di quei protagonisti, di quelle atmosfere.

3-Saltare.
Non fisicamente, intendo! Semplicemente, anziché proseguire in ordine, potreste pescare la scena che non si vede l'ora di scrivere - un dialogo al vetriolo, il confronto finale, l'evento che spinge il protagonista ad agire e affrontare i suoi problemi... Insomma, quello che più ci intriga, anche se è più avanti rispetto a dove si è arrivati. Mi ha spesso aiutato a sbloccarmi quando non c'era verso di proseguire dal punto in cui ero arrivata. L'importante è sapere che, quando si riparte nell'ordine giusto e si arriva alla scena anticipata, andrà probabilmente riscritta o modificata, per evitare incongruenze.

4-Cambiare "scenario".
Per esempio, andare a scrivere all'aperto, o in un bar che si ama, o in biblioteca, o in altri posti tranquilli e confortevoli; oppure, cambiare orario, e scrivere al mattino se solitamente lo si fa di sera, o viceversa; usare una musica di sottofondo se di solito preferite il silenzio, e così via. Scuotete le vostre abitudini e sorprendete voi stessi... e la vostra musa.

5-Intervistare il protagonista e/o i personaggi principali.
Farli parlare di sé, di come si sentono, di ricordi particolari, o anche banalmente dei loro gusti in fatto di cibo o colori o qualsiasi cosa vi venga in mente, e litigarci, perfino, può essere un buon modo per sbloccare l'inconscio, evocare qualche scintilla d'ispirazione, e nei casi migliori arrivare a focalizzare i problemi della storia che stanno ostacolando la scrittura.

6-Fare un salto su http://writeordie.com... se ne avete il coraggio.
Si tratta di un sito dal nome innegabilmente inquietante, che "costringe" a scrivere di fila per una determinata quantità di tempo - mezz'ora, tre quarti d'ora, ci sono varie opzioni - senza preoccuparsi della forma. Se si smette di battere i tasti, presto suoni fastidiosi di vario tipo arrivano a dare una sferzata. In alcuni momento, in passato, l'ho trovato utile; dateci un'occhiata.

7-Spegnere internet.
Ultimo, ma non meno importante... bando a Facebook, Twitter, posta elettronica e quant'altro. Almeno mezz'ora-tre quarti d'ora di black out informatico prima di concedervi una (breve) pausa dalla scrittura; magari, a ostacolarvi sono proprio queste distrazioni.

Se avete altri consigli, sarò curiosa di sentirli: non si finisce mai di imparare, e di sperimentare. In ogni caso, in bocca al lupo, e buona scrittura!

L'immagine viene da Pinterest.

lunedì 20 novembre 2017

Scrivere sotto la doccia

Okay, okay. Non sto per dirvi di annacquare il portatile sotto il getto caldo, né di scrivere col bagnoschiuma, né di comprare pennarelli indelebili e decorare le piastrelle con la trama del vostro prossimo libro (anche se ehi, non trovate affascinante l'idea di prendere appunti sul primo muro che capita? O su quelle fighissime lavagne giganti che nei telefilm americani si riempiono poi di fili rossi di collegamento, foto e foglietti, scarabocchi e freccine?... Ma non divaghiamo).
No, quello a cui mi riferisco è il fatto che, si sa, spesso le idee migliori vengono quando non siamo davanti al computer a fissare il minaccioso foglio (virtuale) bianco, né quando stiamo dando testate contro il muro nel tentativo di smuovere neuroni recalcitranti. Mi è successo proprio ieri, mentre sorseggiavo un cappuccino e chiacchieravo d'altro, ancora impigrita dal fatto di essermi alzata a fare colazione all'ora in cui avrei dovuto pensare al pranzo... E credo che chiunque frequenti a qualsiasi titolo gli scribacchini come me riconosca questa situazione: non è raro che nel bel mezzo di un discorso qualsiasi io rimanga a fissare il vuoto dieci secondi e poi salti fuori con una frase che non c'entra niente, stile JD di Scrubs: del tipo "cosa manca in casa che facciamo la spesa?" - "Ma certo, gli unicorni!"oppure "Cosa regali a tua madre per Natale?" - "Chiaro, devo farle incontrare l'assassino!"

Ultimamente, tra amici o da insegnante, tra colleghi o da editor, mi è capitato spesso di discutere con scrittori, appassionati e lettori di come sistemare trame promettenti ma non ancora complete, risolvere impasse in cui ci siamo* cacciati in una storia, sviluppare un abbozzo di idea in un romanzo completo. Il tutto si può riassumere con una domanda: "Che cosa succede nel tuo libro?"
Ecco, se anche voi in questo momento siete - come me - in fase di progettazione di una storia, e la vostra scaletta ha più buchi di un colapasta, date retta a Douglas Adams e ripetete: don't panic. Non dovete risolvere tutto adesso. Il personaggio che vede il cazzotto del suo antagonista in rapido avvicinamento verso la propria mascella, e deve decidere se parare o schivare, contrattaccare o fuggire, non finirà mazzuolato di botte solo perché non sapete decidere all'istante la sua strategia. Se vi sentite la testa piena solo d'aria e non sapete che fine abbia fatto il vostro cervello, non disperate. Non esistono formule magiche per risolvere il problema (anche se un bell'incantesimo potrebbe aiutare, ma qui andiamo fuori tema!). Esistono però strategie, da provare e adattare a piacimento. Ecco cosa faccio io.

1-Buttare giù appunti (a mano o su pc).
Quando si presenta il problema, spesso trovo utile scarabocchiare su un foglio vero, appuntandomi brevemente i punti fermi della scaletta e ipotesi sparse per riempire i buchi. A seconda dei casi, dell'umore, del momento, procedo per punti (come in questa lista), oppure vado di frecce e freccine, schemi, flusso di coscienza, qualsiasi cosa funzioni.
Se il momento in cui mi blocco coincide con una sessione di scrittura al computer, butto giù i miei appunti direttamente sul file, qualche riga più sotto, e li tengo sotto gli occhi mentre rimugino.

2-Pazientare.
La cosa più difficile e più utile. Mettere da parte gli appunti di cui sopra e lasciar passare un po' di tempo, permettendo all'inconscio (i "boys in the basement" li chiama King) di lavorare con i suoi tempi. Quando mi trovo a rimuginare sul problema nei momenti più impensabili, anche se la soluzione non arriva subito, il percorso è giusto. In genere, meditare a letto prima di dormire e soprattutto prima di alzarsi, in stato di dormiveglia, per me funziona in maniera particolare. Prima o poi, quei "frammenti svolazzanti" di idee si combineranno da sé e faranno "click", creando qualcosa di nuovo, cristallino, perfetto allo scopo. Ecco, il momento del "click" è uno dei più belli che si possa vivere da scribacchini.
Funny fact: il mio "click" per la risoluzione del secondo Angelize è arrivato esattamente mentre scrivevo. L'idea su come vincere e aggiustare una situazione incasinatissima l'ha avuta Haniel, insomma, non io. E meno male, perché dopo aver scritto centinaia di migliaia di battute cominciavo a sudare freddo... Di solito cerco di conoscere il finale della storia prima di viverlo con i personaggi. Anche perché poi ovviamente la prima stesura ha richiesto un notevole lavoro di revisione, per eliminare il superfluo e focalizzare il tutto in base al finale.

3-Brainstorming.
Se avete uno-due persone, tra amici, colleghi, fidanzati, parenti vari che seguono le vostre disavventure letterarie e di cui vi fidate, il brainstorming fa meraviglie. Per quanto mi riguarda, discutere di trame con la persona che solitamente sopporta i miei sproloqui su questo o quel personaggio con ineffabile pazienza è un  metodo sicuro per smuovere le acque stagnanti della crisi. Non lo faccio con chiunque, ribadisco: anche perché ho bisogno di abbandonare ogni imbarazzo, e non ci riuscirei se non con selezionatissimi prescelti.

4-Rileggere
Ripartire da capo e rileggere quello che si è scritto, se abbiamo già buttato giù una parte del romanzo e la trama si è ingarbugliata inaspettatamente, può aiutare a riprendere coraggio, notando il buono di quello che avete fatto, portando la mente a concentrarsi su altro rispetto al problema più urgente ma senza uscire dall'atmosfera della storia, e nei casi migliori a farvi notare una possibile soluzione che vi era sfuggita, o possibili modifiche che miglioreranno la trama e la sbloccheranno.

5-Rispolverare le basi.
Di schemi come il viaggio dell'eroe o l'arco di trasformazione del personaggio si parla spessissimo, e anch'io li cito sovente quando mi trovo a fare da "coach" ad altri. Tuttavia, il mio consiglio è leggere i testi che li descrivono e tenerli da parte: non impazzite per impararli a memoria e seguirli punto per punto, tappa per tappa a priori. Descrivono una tendenza naturale delle storie che funzionano, e il modo migliore per assimilarli e farli davvero propri è semplicemente immergersi nelle storie: leggere, scrivere, guardare film e serie tv. Quando ho letto per la prima volta i testi che vi ho linkato, non ho scoperto idee rivoluzionarie e impensate: ho solo dato un nome diverso a cose che già sapevo. Anche adesso, non parto né dall'uno né dall'altro; ma quando sono bloccata su qualche punto della trama, tirarli fuori, prendere carta e penna e provare a schematizzare il romanzo che mi fa faticare seguendo quegli schemi mi aiuta a riflettere e a tirare fuori idee su come continuare. Quindi: utilissimi, ma non quando diventano una gabbia che vi fa sentire ancora più bloccati. Se il viaggio del vostro eroe salta una tappa, o ne ripete una tre volte, può funzionare lo stesso; se l'arco del vostro personaggio allunga o accorcia, aggiunge o sposta una fase, può funzionare lo stesso.

Se invece sapete benissimo cosa deve succedere, ma le parole non vogliono proprio arrivare, le strategie sono altre, e se può interessarvi ne parlerò in futuro. Se poi avete dei consigli da condividere su come risolvere gli snodi narrativi complicati o "farsi venire le idee", li apprendo volentieri ^^


* Ci hanno cacciati. I personaggi. Ovviamente.

L'immagine viene da Pinterest.

lunedì 6 novembre 2017

Moonspell - 1755

Tra le tante cose che porta l'autunno, di solito, ci sono anche nuovi dischi e concerti a cui andare. Quest'anno, novembre porta 1755, nuovo album dei miei adorati Moonspell, di cui nelle scorse settimane sono state pubblicate alcune canzoni in anteprima. Già quei pezzi sono stati sufficienti a farmi venire l'acquolina in bocca - come capita spesso quando si tratta di Fernando Ribeiro, leader del gruppo dotato di voce, cervello e carisma per tre o quattro persone insieme. Un uomo che ammiro quando canta, quando compone, quando scrive sul suo blog e quando si tratta di farci una cordiale chiacchierata prima di un concerto... e anche quando si tratta di dare il suo volto a uno dei personaggi di cui più amo scrivere, ma questa è un'altra storia, che vi racconterò ;-)

1755 è dunque il nuovo (capo)lavoro dei Moonspell, e questa non è una recensione per il semplice fatto che non sarò minimamente obiettiva nel parlarvene. L'album è un concept dedicato al terremoto che devastò Lisbona (indovinate) nel 1755, e per raccontare questa drammatica storia Fernando Ribeiro sceglie la propria lingua madre, il portoghese. Ecco dunque che con la sua voce così espressiva - anche mettendo quasi del tutto da parte il pulito, che invece nel precedente e splendido Extinct aveva notevole spazio - il singer ci conduce per mano tra devastazione e incendi, terrore e invocazioni a un Dio incomprensibile e sordo, in undici tracce arricchite da cori possenti e inserti in latino. L'amore - non privo di senso critico - per la propria terra e l'interesse per tematiche religiose sono due caratteristiche imprescindibili dei Moonspell in generale e di Fernando Ribeiro in particolare, e nonostante non sia abituata ad ascoltarne le canzoni senza l'immediata comprensione dei testi, la scelta di abbandonare temporaneamente l'inglese in favore della lingua madre è azzeccatissima. La musicalità esotica del portoghese acquisisce un sapore irresistibile, complici anche canzoni dalle melodie affascinanti, che mescolano il metal trademark Moonspell a sonorità mediterranee. Un disco, insomma, che già amo e che non posso che consigliarvi.
Se ne volete un antipasto, consigliatissime la splendida Todos Os Santos, l'inquietante e cattiva In Tremor Dei, l'apocalittica Desastre. Personalmente, ho adorato anche la cover Lanterna Dos Afogados degli Os Paralamas Do Sucesso che chiude il disco su note evocative e malinconiche.
Se volete invece una recensione tecnica e non da fan innamorata, ho apprezzato in particolare questa, che approfondisce in maniera molto interessante anche le tematiche del disco.


martedì 31 ottobre 2017

Samhain

La foto viene da Pinterest
Stasera termina un ciclo, uno nuovo inizia. Perché sì, a casa mia il "capodanno" lo si festeggia due volte, e prima di quello ufficiale che fa cambiare il calendario c'è quello d'autunno. Quello per ricordare le persone che non ci sono più e tutte le cose ormai passate, quello per ripensare a ciò che è stato e sbirciare verso ciò che sarà. Quello per accendere una candela e preparare una cena speciale, da consumare con i vivi e con i morti. A Biella, da dove vengo io - me lo sentirete dire spesso, che sono "fieramente biellese" - si usava un tempo offrire vino e castagne ai defunti, ma tradizioni di questo tipo sono presenti in tutta Italia, così come in altre terre. Giusto per ricordare che no, Halloween non è una festa "straniera", ma solo una festa antica con una maschera nuova.
Il che, d'altronde, è una delle abitudini preferite degli dèi: cambiare maschera, fingere di venire scacciati e dimenticati per poi fare capolino quando meno ce lo si aspetta, magari nell'affresco di una chiesa o in una fonte sacra che ha solo cambiato nome, in una canzone o in una piccola offerta lasciata a un crocicchio o in un angolo di strada.

Io sono confusa e inquieta, quest'anno, lo ammetto. Un po' è l'aria, l'atmosfera di questo periodo vibrante. Un po' sono i desideri che mi pesano dentro. Vorrei buttare nel fuoco tante cose, vorrei che le fiamme illuminassero quello che per ora si nasconde tra le nebbie d'autunno. Vorrei l'energia di questo fuoco che divora e purifica, che non è solo luce dorata ma anche calore che ruggisce, ma sono una creatura d'acqua e il fuoco m'incanta e mi spaventa, non lo so gestire, e dopo essermi scottata fino alle ossa negli anni scorsi ho paura di maneggiare perfino il fuoco che mi appartiene. Cerco un modo, ancora, per venire a patti con me stessa, nella bellezza e nell'imperfezione. Vorrei bruciare e dire addio a ciò che non voglio più, usare il fuoco per temprare lame. Ogni anno l'autunno e l'inverno mi avvolgono come un bozzolo, da cui riemergo in genere durante le feste natalizie. Vorrei vedere spuntare dei semi, per allora. Perché se continui a seminare e nulla spunta, la tentazione di bruciare tutto cresce. E io che sono creatura d'acqua non so se poi saprei domare l'incendio.
Vorrei forgiare me stessa, nel prossimo anno, in tutti quegli aspetti che ancora non sono abbastanza affilati come dovrebbero.
Vorrei, e forse è questo che chiederò stasera, tornare a maneggiare il mio fuoco senza paura.

Che sia un nuovo anno felice, dove il fuoco serva a forgiare strumenti nuovi per tutti voi e a illuminare le notti.

P.S. Rimando assolutamente al bel pezzo di Luca per un'altra riflessione assai interessante.

Mircalla e il Pampe consigliano questo libro,
per andare alla scoperta delle tradizioni italiane legate a questa festa

giovedì 19 ottobre 2017

It - Chapter One

Ci sono due libri di Stephen King che io venero, e sono L'ombra dello scorpione e It.
Ecco, l'ho detto subito, così vi sarà chiaro quanto io abbia atteso - prima con timore, poi con progressiva emozione - il film che Andy Muschietti (già apprezzato qualche anno fa con La madre) ha diretto e che esce oggi in Italia (con colpevolissimo ritardo rispetto all'estero, dove è uscito a inizio settembre). Ed è per questo che ve ne parlo oggi, anche se ho avuto la fortuna di poter vedere il film all'estero e in lingua originale, una cosa a cui tenevo tantissimo. Mi direte voi se il doppiaggio del Pennywise di Bill Skarsgård è ben riuscito (meglio di quello davvero grigio del trailer): io vi posso garantire che metà del personaggio sta nella raggelante, meravigliosa voce dell'attore.

Ma andiamo con ordine e facciamo un passo indietro. Spazzando via dal tavolo, prima di tutto, qualsiasi confronto con la miniserie degli anni Novanta: sì, l'ho vista. No, mi ha fatto pena. Sì, Tim Curry è Tim Curry. No, il suo It non è un mio culto. Sì, senza nulla togliere a Tim, il Pennywise di Skarsgård vince a mani basse.
Ecco, vedete? Non riesco proprio a procedere con calma e ordine, perché alla fine, comunque la si giri, si torna sempre a lui. Pennywise, il mostro dei mostri. Il male che infesta Derry, vi vive e se ne nutre, non solo divorando bambini e adolescenti (ma anche adulti, occasionalmente) dopo averne "condito la carne" terrorizzandoli grazie alla capacità di assumere la forma di ciò che più li spaventa, ma anche rendendo più violenta e malvagia della media la cittadinanza. Derry non è un bel posto: lì si muore o si scompare più della media. Lì, troppo spesso, gli adulti voltano il viso dall'altra parte quando qualcosa di brutto succede. E il resto del mondo non se ne accorge nemmeno, di queste stranezze... perché It non vuole che se ne accorga.
Contro il mostro saranno sette bambini, sette "perdenti", a combattere: sette creature fragili, impotenti di fronte al mondo incomprensibile e prevaricatore degli adulti, che tuttavia trovano la loro forza nell'amicizia, nel legame che li rende pericolosi perfino per Pennywise.

Dire che It è un romanzo lungo e complesso, difficilissimo da portare sullo schermo anche spezzandolo in due (e dividendo, intelligentemente, la linea narrativa dei bambini nel primo film e ciò che accade loro da adulti, ventisette anni dopo, nel futuro secondo film), sarebbe un eufemismo. Non si tratta solo di condensare un gran numero di eventi, ma anche un gran numero di personaggi, cercando di trasmettere la complessità e la ricchezza di dettagli con cui il buon Re ricrea il background dei suoi protagonisti così come delle sue comparse, la storia di Derry e l'atmosfera che vi regna. Ci è riuscito, Muschietti? La risposta è, nel complesso, sì. Ovvio, il film dura due ore: molto è stato tagliato, molto è stato semplificato. Ma la parola chiave l'ho già usata: atmosfera. Quella c'è, eccome: Derry è davvero Derry. E se solo gli amanti del libro riconosceranno la quantità di particolari che ne compongono il quadro, le strizzate d'occhio a quello che è stato tolto ma non dimenticato, la cura con cui vengono ricreati ambienti e personaggi, credo che anche lo spettatore che non ha letto il libro percepirà questa ricchezza. Penso al murales che fa riferimento alla banda Bradley, o al fatto che Stan, il più ordinato dei Perdenti, sia sempre l'unico che usa il cavalletto della bicicletta quando gli altri fanno cadere le proprie senza badarci; penso alla statua di Paul Bunyan (orribile e plasticosa) che ricorda una scena del romanzo qui assente, o ai riferimenti alle tartarughe, o al fatto che Beverly sia mancina... e tanto, tanto altro ancora. Certo, avrei voluto qualche minuto in più di film per fornire un pochino più di spazio alla caratterizzazione del bullo Bowers, per esempio (c'è una scena che ne mostra in maniera estremamente efficace il background, ma arriva verso la fine, e fino a quel momento lo vediamo in pratica solo picchiare, urlare... bullizzare, appunto), per curare meglio quella di Mike (di questo - e di mille altre cose - parla benissimo la Bolla), o per scavare un po' di più nella storia di Derry (che nel film c'è, ma amando come viene ricreata nel romanzo ne avrei voluta anche di più; probabile se ne riparli comunque nel prossimo capitolo cinematografico). Si tratta però di piccole cose, anche legate al gusto personale: il film funziona eccome già così.


La forza di questo It, comunque, sono i personaggi e gli attori che li interpretano. Il casting è azzeccatissimo, punto: dai Perdenti allo psicopatico Henry Bowers, dagli adulti che compaiono nella pellicola a lui, Pennywise. Che ha la gestualità di un folle pupazzo a molla, il volto che si accartoccia in un frignare derisorio o si illumina di gioia crudele, una voce che finge gentilezza e poi assume toni inumani. Pennywise prende in giro le sue vittime e gioca con loro, ipnotizza e tortura, per poi sfoggiare il sorriso più inquietante che ricordi. E attraverso lui Andy Muschietti mescola un po' dei propri marchi di fabbrica (ditemi se la donna del ritratto non ricorda lo spettro di La madre) al flavour anni Ottanta che oggi è tornato di moda (dico solo Stronger Things e San Junipero di Black Mirror), avvicinando i Perdenti e i loro aguzzini (ho adorato il mullet e i vestiti di Henry) ai ricordi di chi, oggi, ha l'età per tornare a Derry ad affrontare It una seconda volta. Perché lo si sa, vero, non è uno spoiler: il mostro tornerà, ventisette anni dopo... nel capitolo due del film, per la resa dei conti.

Dunque, da appassionata del libro, per la prima volta sento che è stata fatta giustizia ai Perdenti e a Pennywise. Molto si è perso per ovvi motivi di spazio (e budget, ma il prossimo capitolo di sicuro potrà osare di più), qualcosa è stato cambiato o adattato, ma lo spirito dell'opera, e la natura del mostro, sono rimasti gli stessi. E sarà questo l'It che ci darà davvero gli incubi (lo posso testimoniare!)

Chiudo con un personale desiderio: che (un altro) Muschietti metta mano anche all'Ombra dello scorpione per trarne un (paio di) film belli come questo, curati come questo, e con un Randall Flagg grandioso quanto questo Pennywise...

martedì 17 ottobre 2017

Letture - estate e dintorni

Rieccomi a fare il punto con le letture degli ultimi mesi. La cadenza di questi post non è mai regolarissima, ma cerco di scriverli tre o quattro volte all'anno (l'ultimo lo trovate qui); d'altronde, non sono elenchi di tutti i libri che ho letto, ma solo di una selezione. Quelli più interessanti, quelli che mi hanno colpito, quelli che volevo leggere da tempo ma avevo sempre rimandato, e così via, sperando di fornirvi qualche spunto o di farsi scoprire qualcosa che possa stuzzicarvi.

Ho letto i libri segnalati nello scorso post?
Abbastanza. Ho concluso quelli che avevo in lettura: Summer knight di Jim Butcher, il saggio Rhetorics of fantasy di Farah Mendlesohn. Gli altri che avevo in mente di iniziare, invece, sono stati scavalcati da titoli diversi...

Cosa ho letto di bello, di recente?
... che ora vi segnalo. Prima di tutto, ho concluso Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist, un libro che da moltissimo tempo volevo leggere, che avevo iniziato e poi interrotto. Ve ne parlerò meglio in un futuro post, ma posso dire che sono rimasta soddisfatta della lettura (e non è facile accontentarmi, quando si tratta di vampiri...) Ho poi letto la Trilogia di New York di Paul Auster, raccolta di tre insolite e peculiare storie "gialle", che mi ha accompagnato sulle spiagge di Tenerife. Mi sono dedicata poi alla saggistica riprendendo due tempi per me sempre intriganti, la "caccia alle streghe" e, di nuovo, i vampiri: nel primo caso ho letto Witch Hunters di P.G. Maxwell-Stuart, interessante trattazione dedicata alle figure impegnate nella lotta alla stregoneria. Non solo inquisitori, ma anche "pricker", per esempio (gli uomini incaricati di piantare spilloni nel corpo della presunta strega in cerca del famoso marchio invisibile lasciato da Satana), la prospettiva della medicina, quella dei religiosi... insomma, una carrellata sulla mentalità e la società tra quattro e seicento, in Europa e non solo. Sul secondo argomento, ho recuperato Le vampire: crimini e misfatti delle succhiasangue da Carmilla a Van Helsing, un saggio incentrato soprattutto sulla figura delle vampire al cinema: alcune riflessioni interessanti, una marea di titoli e un panorama di voyeurismo ed erotismo a uso e consumo dello spettatore maschio... Ecco, diciamo che le donne vampire non stanno molto meglio delle donne e basta, quando si parla di sessismo.
Infine, le tre letture che ho preferito in assoluto: il meraviglioso Kings of the Wyld di Nicholas Eames (che uscirà in italiano a febbraio!); il delicato La signora dei gomitoli di Gisella Laterza, che vi ho segnalato la scorsa settimana; e, per quanto riguarda i classici, l'affascinante Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, a cui pure dedicherò un post.

Che cosa leggerò nei prossimi mesi?
Bella domanda, come sempre. Io programmo, seleziono, metto da parte... e poi ovviamente le carte si rimescolano, passo di libro in libro come una farfalla tra i fiori, scopro titoli imprevisti o me ne vengono prestati di consigliatissimi, e tutti i programmi vanno in fumo. Ma è anche questo il bello, no?
Dunque, in lista ho come sempre un po' di romanzi e un po' di saggistica. Dal classico manuale di scrittura Rhetoric of Fiction di Wayne C. Booth, un volume poderoso e ricchissimo, al saggio sulla caccia alle streghe di Salem A storm of witchcraft di Emerson W. Baker, a quei testi che già avevo citato nella mia lista la volta scorsa e che ancora attendono (Stories about stories. Fantasy and the remaking of myth di Brian Attebery, How novels work di John Mullan e Seidweys. Shaking, swaying and serpent misteries del caro Jan Fries, sulla tradizione nordica del seidr).
Per quanto riguarda la narrativa, ho alcuni autori giapponesi da godermi, i Dresden files da continuare, qualcosina di Franzen, qualcosa di Swanwick, qualcosa di Hal Duncan... in realtà, solo la lista delle cose che "voglio leggere prima di subito" mi occuperebbe quattro o cinque post, per cui è meglio che mi fermi. Consapevole che tuffarmi in tutte le storie che vorrei è una missione impossibile, ma decisa a... cadere sul campo ;-) Alla prossima!

giovedì 12 ottobre 2017

La signora dei gomitoli - Gisella Laterza

Se sbirciate tra gli scaffali della mia libreria, ne vedrete uno dove abbondano raccolte di fiabe: i Grimm, Calvino, leggende di vari Paesi. L'argomento fiaba, il folklore, la mitologia, le tradizioni popolari mi hanno sempre affascinato e di tanto in tanto aggiungo nuove letture al tema.
Poi mi capita tra le mani un libro nuovo, scritto da una cara e talentuosa amica. Una raccolta di fiabe, ma non quelle famose: fiabe dal sapore antico, ma tutte nuove. Sembra un ossimoro, eh?
Invece è questo che Gisella Laterza, dopo l'affascinante romanzo Di me diranno che ho ucciso un angelo (Rizzoli 2013), ci regala oggi La signora dei gomitoli: un filo di lana colorata da seguire per percorrere un viaggio attraverso alcune delle più belle città italiane, ognuna teatro di una fiaba. Storie che parlano di principesse e incantesimi, come da regola; ma anche storie che parlano di ragazzini di oggi e di angoli nascosti però ancora visibili, luoghi reali e carichi di storia; di magiche trasformazioni e di librerie che si contendono lo spazio all'acqua; di draghi e di tartarughe... e di molto altro ancora.

Ed è questo che mi affascina, de La signora dei gomitoli: la capacità di Gisella di proporre qualcosa di nuovo che allo stesso tempo tocca corde universali e antiche. Semplicità e leggerezza (al Calvino delle Lezioni americane sarebbero proprio piaciute queste fiabe, voglio credere) che ricordano la danza di una fata sui petali di un fiore, e che non hanno nulla a che fare con l'ingenuità o l'inconsistenza. Gisella è un talento aggraziato, che sta crescendo senza clamore come una foresta destinata a diventare maestosa.
Se volete farvi un regalo, o se volete farlo a qualcuno - adulto o bambino, ragazzo o ragazza - vi consiglio con tutto il cuore questo libro; e chissà,  magari recuperate anche Di me diranno che ho ucciso un angelo. Non ve ne pentirete.

“La Signora è sempre in viaggio. Trova storie per le strade, dentro i pozzi, sotto i baffi dei gatti. Quando arriva in una nuova città, si siede in mezzo alla piazza, solleva la valigia, tira fuori i gomitoli, li srotola. Intreccia i fili e inizia a raccontare. Attorno a lei si radunano molte persone, soprattutto bambini, non perché le sue storie siano solo per loro, ma perché i bimbi, si sa, sono più attenti.” Le fiabe della Signora dei Gomitoli percorrono l’Italia intera, da Torino a Otranto, da Bergamo a Napoli. Per scoprire che in cima alla torre più alta di Bologna viveva un tempo una principessa di nome Garisenda; che a Milano c’è una casa con l’orecchio e che se le si sussurra un desiderio, è sicuro che si avvererà; che i primi abitanti di Lampedusa si chiamavano Sinibaldo e Rosina e amavano le tartarughe che venivano dal mare.

lunedì 9 ottobre 2017

Senza filtri - Lily Collins

Il momento in cui ti viene proposta una nuova traduzione è sempre speciale. Stai per scoprire, in pratica, il compagno di viaggio con cui dividerai lunghe giornate per i successivi due-tre mesi. Leggi la trama - un po' come se fosse la "presentazione in breve" di un profilo Facebook - e cerchi di capire se passerai con lui avventure emozionanti o se arrivata a sera desidererai di scappartene via rifugiandoti nella compagnia di letture migliori. Se lo detesterai e non farai che insultarne i personaggi giorno dopo giorno o se ringrazierai che il tuo lavoro sia così bello da aver messo sul tuo cammino un libro indimenticabile. Aspetti di imparare da lui, di ballare con lui, di rassettarlo al meglio come se stessi risistemando i capelli e vestiti di un partner che hai strapazzato un po'... per poi mandarlo per la sua strada in attesa di un'altra danza con un nuovo compagno di viaggio.

È di uno di questi compagni di viaggio che vi racconto oggi. Un altro libro uscito da poco e che sono felice di avere avuto l'onore di tradurre, un altro memoir di un'attrice, come I diari della principessa di Carrie Fisher, di cui vi avevo parlato qualche tempo fa. Stavolta, però, si tratta di un'attrice giovane, Lily Collins, figlia di Phil, che forse avrete visto nel recente Fino all'osso - To the bone, in Scrivimi ancora, in Shadowhunters o in varie altre pellicole. Tuttavia, Senza filtri non è tanto il memoir di una giovane attrice figlia d'arte che racconta la propria ascesa al successo, i piccanti  particolari dietro le quinte di Hollywood o il glamour delle passerelle. No, si tratta prima di tutto della lettera aperta di una giovane donna a tutte le altre giovani donne che affrontano questo complicato XXI secolo.
Lily Collins non è un guru, una profetessa o una professoressa in cattedra. Lily Collins è una ragazza che ha affrontato l'anoressia e l'impossibile ricerca della "perfezione da copertina", il dolore di un padre a volte assente e con un passato da alcolista, le relazioni con fidanzati abusivi. Ed è di questo che parla: di come sia importante, prima di tutto, trovare il coraggio di essere se stessi e far sentire la propria voce.

In un mondo dove fior fior di libri romance spacciano per "romantiche" storie dove stalker prepotenti si permettono di baciare a forza le protagoniste, in un mondo in cui qualsiasi forma fisica che si discosti dal modello velina diventa "grassa", in un mondo in cui le sole famiglie "per bene" sono quelle che rispondono a un unico modello plastificato da Mulino Bianco, Lily Collins racconta - ed è vero: senza filtri - l'angoscia che si prova nel vedersi sbagliate, le menzogne messe in atto per convincere gli altri che vada "tutto bene", l'incubo che si vive quando a farci paura è una persona che dovrebbe amarci. Ma Senza filtri è anche la storia di come una teglia di biscotti fatti in casa possa diventare il primo passo verso la risalita; di come le incomprensioni con i genitori si possano risolvere; e di come le persone che ci fanno male si possano e si debbano estromettere dalla nostra vita. È una storia di tatuaggi che significano molto e del coraggio di essere un po' folli, di viaggi in angoli affascinanti di mondo e del desiderio di cambiare, in meglio, se stessi e il mondo. E io, che ho la mia mezza tonnellata di problemi molto simili alle spalle, mi sono spesso ritrovata a tradurre le parole di Lily Collins con la pelle d'oca. Mi sono ritrovata a desiderare che qualcuno me l'avesse messo in mano a quindici anni, questo libro, o a venti, o a venticinque, quando nascondevo il cioccolato nei cassetti e non sapevo nemmeno più che fine avesse fatto mio padre, quando mi si diceva "non metterti quella maglietta, non sei una silfide" e quando avevo paura delle persone che mi trovavo vicino.

E così, allo stesso modo, vorrei che alle ragazze di oggi questo libro capitasse in mano. E ai ragazzi, anche. Perché quando tutti ti dicono che devi comportarti da "signorina" e non puoi fare quello che fanno i maschi; quando ti dicono che devi imparare "a tenerti il tuo uomo" anche se è uno stronzo, perché se no sei una zitella; quando ti insegnano che se vai oltre la taglia 40 sei grassa... be', io vorrei che le ragazze rispondessero con un grande, solennissimo no. No, sono bella così, magra o in carne, sportiva o sovrappeso. No, l'importante è che stia bene, fisicamente ed emotivamente, non che sia come qualcun altro mi vuole. No, l'importante è che io sia me stessa, non "l'altra metà di qualcuno".
Perché ragazze, ricordatevelo, per piacere: non avete bisogno di una metà che vi sorregga, ma di qualcuno che cammini al vostro fianco. Non avete bisogno di qualcuno che vi dice cosa fare, cosa pensare o quando parlare, ma di qualcuno che ama quello che fate, ciò che pensate e la vostra voce.
Senza filtri.

giovedì 14 settembre 2017

Carrie Fisher, la principessa Leia... e io

La vita del traduttore è varia quanto i libri che le case editrici ti propongono: quando si ha fortuna, capitano bei romanzi, memoir affascinanti, saggi su argomenti che ti interessano, e il lavoro - che è lungo mesi e assomiglia all'accumulare delle provviste di una formichina: si procede giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, un pochettino per volta - diventa anche un piacere. Altre volte, il libro su cui lavori proprio non ti prende, ma pazienza: a quel punto, per quanto mi riguarda, il piacere consiste comunque nel rendere quelle pagine al meglio delle tue possibilità, e bene o male, anche quando i personaggi non ti conquistano, ne prendi comunque a cuore le vicende. Devi convivere con loro per parecchio, in ogni caso.

Da quando ho iniziato questo mestiere, sono stata piuttosto fortunata, e ho tradotto alcuni libri che mi sono rimasti nel cuore. Oggi ve ne segnalo uno a cui sono particolarmente affezionata, e che è stato un vero onore per me tradurre: I diari della principessa. Io, Leia e la nostra vita insieme, di Carrie Fisher, che da oggi trovate nelle librerie grazie a Fabbri Editori.

Guerre Stellari è stato uno dei primi film che ricordi di aver visto: dall'infanzia in avanti, le gesta di Han, Luke e Leia mi hanno accompagnato, appassionato, meravigliato. Luke è stato il primo personaggio tormentato che ho conosciuto; Leia la prima tipa tosta, senza paura di imbracciare un fucile (laser) ma che non rinunciava a essere donna e non si comportava come un maschio mancato; e Han, be', è stato forse il mio primo amore cinematografico, lo scoundrel ironico ma coraggioso, il fuorilegge con il cuore al posto giusto. Se Star Wars è diventato un mito, il primo fenomeno cinematografico a raggiungere certe gigantesche proporzioni, a travalicare i generi e i mezzi di espressione, è anche per questi personaggi, diventati amici e compagni di un'infinità di spettatori.

Ma dietro i personaggi ci sono gli attori. Harrison Ford che non ha bisogno di presentazioni, Mark Hamill con le sue memorabili battute, e lei, "LA" principessa, Carrie Fisher. Confesso che, prima di leggere e poi tradurre il suo memoir, la conoscevo superficialmente: ma queste pagine mi hanno offerto una finestra sulla sua anima, e lo spettacolo è stato più coinvolgente di quanto mi sarei mai aspettata.
Donna intelligente, ironica e autoironica - una rarità da tenersi stretta - Carrie Fisher racconta in queste pagine la sua giovinezza da figlia d'arte, l'impatto del gossip che coinvolgeva i suoi genitori, Debbie Reynolds e Eddie Fisher, sulla sua adolescenza, i primi passi nel mondo del cinema, quando in realtà, be', non era affatto sicura di voler intraprendere quella strada. E poi il provino che le cambiò la vita: quello per Guerre Stellari, un piccolo film su cui nessuno avrebbe scommesso un soldo. Girato nella Londra degli anni Settanta in economia, tra pettinature improbabili (e sì, leggendo queste pagine scoprirete anche come sono nati i famigerati "cipolloni" di Leia) e marijuana fumata tra attori, tra bevute di troppo e scene modificate per motivi di budget. Pochi mesi durante i quali George Lucas dava inizio a una leggenda, e la giovanissima Carrie era decisa a mostrarsi donna sicura di sé e determinata, nascondendo fragilità, insicurezze... e sentimenti. Perché un flirt inaspettato, con un uomo all'epoca già sposato, proprio l'Harrison Ford futura star carismatica e magnetica, si trasformerà per Carrie in una storia breve e intensissima, carica di passione e silenzi, di dubbi e segreti. Per la prima volta l'attrice la racconta apertamente, anche attraverso i diari scritti all'epoca: e non vi dico di più, perché il modo migliore per comprendere la vicenda e i suoi protagonisti è proprio apprenderla dalla voce di Carrie stessa.
E poi il successo improvviso e travolgente, l'ascesa, le spese pazze, i momenti bui, l'amore e la follia dei fan, le convention in un mondo sempre più "social" e globalizzato, e l'ormai eterno, inevitabile sdoppiamento: Carrie e Leia, Leia e Carrie. Chi è l'una senza l'altra? Come può la Carrie che invecchia, che ingrassa, che affronta la realtà quotidiana sulla Terra competere con la luminosa ombra della Leia eternamente giovane, sogno erotico di milioni di persone e principessa di un'avventurosa galassia lontana lontana? Qual è il rapporto tra la vera Carrie e la Leia divenuta inaspettatamente più reale di quanto chiunque avrebbe mai creduto?

Che siate fan di Star Wars come me o meno, il memoir di Carrie Fisher è imperdibile: uno sguardo dietro le quinte di Hollywood, una riflessione ironica, tragica, buffa, amara e lucida sulla fama e i miti, sulla vita e sulle maschere, scelte o affibbiate, una penna affilata e inconfondibile che sono grata di aver potuto tradurre.

lunedì 11 settembre 2017

A tutti i creatori di bellezza

Cena fuori, l'altra sera, nei tavolini esterni di un ristorante di Arona, per godersi le ultime sere in cui il clima lo permette. Ad allietare l'attesa dei piatti ordinati, due giovani ballerini, che si sono esibiti in strada raccogliendo mormorii di meraviglia, applausi, sorrisi e, spero, abbastanza monete e banconote da riempire il loro cappello per le offerte.
Sono stata felice di offrire il mio contributo, e ho augurato loro, con tutto il cuore, di continuare così: bravi, aggraziati, bellissimi nei movimenti incredibili eseguiti con incredibile scioltezza, splendenti di una luce tutta loro con cui quella dei lampioni non poteva competere. Ho sperato che non trovassero mai, sulla loro strada, le persone grette e aride che inquinano internet e non solo con commenti sprezzanti e ottusi - "con la cultura non si mangia", "l'arte non serve a niente", "studiare è inutile", "mandateli via questi capelloni che si mettono a raccattare soldi per strada", che si tratti di musicisti, giocolieri, acrobati.
Ho ringraziato quei ragazzi che hanno reso più belle le strade della mia città. Così come ringrazio quegli artisti che realizzano meraviglie - oggetti, statue, quadri, gioielli e tanto altro - e mi fanno sgranare gli occhi alle fiere. I musicisti e i cantanti che fanno da colonna sonora alle mie giornate, mi emozionano, mi fanno saltare ai concerti, accompagnano le mie gioie, le mie malinconie, il divertimento, il lavoro.

E gli scrittori, naturalmente, i narratori di storie - autori di romanzi, racconti, serie televisive, film, musical, opere teatrali. Questo week end ho letto in anteprima, e tutto d'un fiato, un libro scritto da una cara amica, che vi segnalerò fra qualche settimana, quando uscirà; è stato un piacere e un privilegio, perché non si tratta solo di un'amica: è una scrittrice coi fiocchi. Ho avuto la fortuna, nel corso degli anni, di conoscere molti autori e autrici che apprezzo come persone e come scrittori, e seguo volentieri i loro lavori.
Solo che.
Solo che, concluso il libro di cui vi ho parlato, ho iniziato a sfogliare i romanzi in attesa di lettura nel mio ebook reader. Che comprende anche una vasta cartella di saggistica su argomenti disparati e manuali di scrittura. Poi però ci sono anche i libri che posseggo in edizione cartacea e devo ancora leggere: ancora una volta, romanzi e saggi. E tutti quelli che sono in lista desideri, magari da anni.
Perché leggere è un piacere e una passione, e la quantità di libri che vorrei sfogliare è infinita. Ma sono anche autrice, editor, insegnante di scrittura; perciò, al di là del piacere, devo essere aggiornata sulle uscite nel genere che prediligo scrivere, il fantasy, ma anche su quelle di tutti gli altri generi, perché lavoro con autori di ogni tipo. Devo recuperare i testi fondamentali (ancora una volta, fantasy e non) usciti in passato. In italiano o in inglese, certo, perché molte opere interessanti da noi non arrivano. E be', vuoi non aver letto i classici? E per quanti ne abbia letti, senz'altro molti mi mancano. E poi si continua a leggere manuali di scrittura, perché mi piace e perché fa parte del lavoro. E c'è una quantità di argomenti che mi interessano e che vorrei approfondire (anche qui, in italiano o in inglese...) E ci sono quelli su cui mi documento per le prossime storie da scrivere. Tutto questo, naturalmente, nel tempo libero; poi ci sono tutti i romanzi che leggo direttamente per lavoro.
Moltiplicate il problema per tutte le serie tv "imperdibili" ("ma come, non hai visto quella? Non puoi perderti quell'altra, è geniale?"), i film, la musica, e capirete perché ho rinunciato da tempo a leggere anche fumetti e dedicarmi anche ai videogiochi. Già così non riuscirò mai a leggere/vedere/sentire tutto quello che vorrei...

And not enough time...
E dunque, che fare? Un patto col diavolo per riuscire a leggere un romanzo intero al minuto? No: semplicemente... ho scelto di accettare la realtà, e seguire l'istinto. Di leggere quello che mi colpisce, di ritagliare tempo per coltivare le mie passioni, di perderne meno per ciò che non merita, e di seguire i consigli di persone fidate. Perché è bellissima, l'abbondanza di creatività, arte, intrattenimento (insomma: di storie) che abbiamo a disposizione nella nostra epoca. È infinita. Ma non lo è il nostro tempo, e oltre a leggere, scrivere, lavorare... sempre più mi rendo conto che ho bisogno anche della vita al di fuori delle pagine.
Ho bisogno di passeggiate e di vagare per i boschi, di tempo trascorso con le persone care e di riposo, di mettere alla prova il mio fisico con gli esercizi o l'aikido e di viaggiare in posti nuovi. Ho fatto pace con l'idea che non riuscirò mai a fare tutto, visitare tutto, leggere tutto, e va bene così. Farò del mio meglio e continuerò a mettere in lista libri o film, a trovare nuove storie che mi appassionino e ad alimentare quelle che scrivo con la vita che vivo, fingendo consapevolmente di poter leggere, vedere, fare tutto quello che vorrei.

E quindi, a tutti i creatori di bellezza là fuori: grazie. Che balliate per strada o scriviate romanzi, che realizziate il film dei vostri sogni o suoniate in piazza. Vi vorrò sempre bene, tiferò sempre per voi. Rendete più bella la vita, con la vostra arte; rendete la vita speciale.
Ma scusatemi, se non riuscirò sempre a dedicare a tutti voi il tempo che desiderereste. Scusatemi, se preferisco impiegare le ore a leggere la storia di un autore o un'autrice che mi ha colpito con una trama originale o un estratto azzeccato, piuttosto che rispondere allo spam selvaggio con cui i social network ci inondano (no, chiedere l'amicizia su Facebook e scrivere "ciao, se ti interessa questo è il link per comprare il mio libro" non è un buon modo per vendersi, quanto meno non con me). Ve lo prometto: cercherò di scoprirvi. Non vedo l'ora di farmi abbagliare dalla vostra luce. Abbiate pazienza se vi farò aspettare. Perdonatemi, se non riuscirò a scoprire proprio voi, ma magari solo il vostro vicino. Fa parte del gioco.
L'importante è goderselo, questo labirinto di infinite possibilità.


Le immagini vengono da Pinterest.

lunedì 4 settembre 2017

Ghostbusters are "Real!" - A Ghostbusters Tale

Quest'estate io e Luca Tarenzi abbiamo invaso il set di Real!, meraviglioso film dedicato all'universo Ghostbusters e ambientato a Roma. Un'immensa emozione per me, da sempre appassionatissima dei due film originali, e un immenso piacere conoscere, grazie al grandissimo Edoardo Stoppacciaro - doppiatore, scrittore, attore, persona squisita e amico fantastico -, tante persone animate da passione e talento. Non potete neanche immaginare la professionalità e l'impegno con cui si sta portando avanti il progetto e non vedo l'ora di vederlo concluso per parlarvene ancora. È questa la magia del cinema... E vederne i "dietro le quinte" fa guardare con occhi diversi il lavoro di attori, registi, sceneggiatori e di tutte le altre figure più o meno conosciute che concorrono a realizzare i film e i telefilm che amiamo.

Nel frattempo cercate su Facebook Real! - A Ghostbusters Tale e mettete un bel "mi piace" (Facebook.com/Real.il.film). Perché questi ragazzi se lo meritano, tutti. Perché sono attori veri, che hanno messo in piedi un progetto professionale e di qualità. Perché ne vorremmo di più, in questo Paese, di serietà, passione e talenti così. E perché se avete amato il Ghostbusters originale non potrete che adorare questo - e magari commuovervi un po', anche...
In bocca al lupo ragazzi, è stato un onore essere tra voi!



giovedì 31 agosto 2017

Film horror per l'estate - 3

In ritardo causa impegni, ma ecco alfine anche l'ultimo post dedicato al recupero di film horror visti negli scorsi mesi: oggi è l'ultimo giorno di agosto e a quanto pare già sta per avvicinarsi l'autunno, anche se spero che dopo i temporali previsti per questi giorni si possa rivedere il sole. Per aggrapparsi ancora un po' all'estate, qualche bella serata horror è l'ideale.
Oltre a recuperare i film consigliati nei post precedenti (questo e questo), potreste dare una chance a questi tre.

Last shift: Film scoperto grazie alla segnalazione dell'ineffabile Lucia, risale al 2014 e ha come protagonista una giovane poliziotta impegnata in un turno di notte in una vecchia centrale di polizia ormai in disuso. Nonostante questo, la telefonata di una ragazza in lacrime e in pericolo darà il via a un vero incubo; il posto non è affatto tranquillo come sembra, il sanguinoso passato di una crudele setta di assassini torna a galla e presto oscure presenze (inquietanti sul serio...) inizieranno ad assediare la povera protagonista. Un film adatto a chi non ha paura di angosciarsi davvero, che riesce a far immedesimare lo spettatore nella giovane poliziotta determinata e tenace ma preda di visioni terribili che la fanno precipitare a poco a poco in un vero e proprio incubo a occhi aperti. Il crescendo del film è assolutamente efficace, l'interpretazione di Juliana Harkavy nei panni della protagonista assoluta è impressionante; insomma, tutto funziona a puntino, la claustrofobia sale, e una situazione apparentemente banale - personaggio in luogo infestato che non può abbandonare - viene affrontato in maniera tale da non risultare banale per niente. Siete avvisati! Rimando anche all'articolo di Erica Bolla per ulteriori dettagli.

The invitation: il secondo film di oggi ce lo regala Karyn Kusama (perché le donne non sanno fare horror/fantasy/fantascienza, certo... e scusate se martello sempre su questo punto: non lo farei se smettessi di leggere in giro i commenti geGnali di chi dice queste cose sul serio). Il tema di The invitation mi ha intrigato appena ho letto la trama: il protagonista riceve dall'ex moglie un invito a una cena con vari altri amici. Oltre al comprensibile disagio della situazione, si aggiunge la scoperta che l'ex consorte e il suo nuovo compagno sono entrati a far parte di una setta molto particolare, di cui parlano con entusiasmo. Solo che, quando il protagonista inizia a nutrire sospetti sulle vere motivazioni dietro l'invito a cena, nessuno gli crede... Insomma, niente spettri e soprannaturale, a differenza che con Last shift, ma non mancano paranoia, dubbi, confusione e incertezza: ancora una volta, un crescendo di tensione ben gestito grazie a un accumulo di dettagli mai casuali, di frasi e mezze frasi, di allusioni e apparenze troppo perfette per essere reali...
Anche qui, un'analisi più approfondita la trovate sul Bollalmanacco o a casa Lucia.

Ma cos'è l'estate senza giovani campeggiatori fatti a pezzi da mostri e serial killer? Ecco, a prima vista Summer camp sembra la solita solfa trita e ritrita, ma pur non essendo un capolavoro indimenticabile riesce qua e là a sorprendere, giocando consapevolmente con i luoghi comuni e le aspettative dello spettatore, seminando montagne d'indizi per tirare fuori una storia di "zombie" (virgolette d'obbligo) diversi dal solito. Regista italiano (Alberto Marini), ambientazione spagnola, personaggi americani calati nella vecchia Europa e alle prese con una brutta disavventura e una matassa difficile da dipanare, per tentare di salvarsi la pelle... Se avete una serata da riempire, potreste concedergli una chance. Ne parla Lucia qui.

Dulcis in fundo, c'è un motivo preciso se vi consiglio di recuperare anche La madre, di cui vi avevo già parlato qui: questo bell'horror è diretto da Andrés Muschietti. All'epoca, di lui dicevo: "mai sentito prima, lo ammetto, ma d'ora in poi lo terrò d'occhio". Non immaginavo che sarebbe stato il regista di It, in uscita a settembre (ovunque) e ottobre (da noi sfigati italiani): forse, finalmente, una degna rappresentazione di uno dei capolavori di Stephen King (uno dei suoi romanzi che preferisco, in coppia con L'ombra dello scorpione). Dopo l'orrenda serie tv di svariati anni fa (sì, lo so, "ma c'era Tim Curry!"... Permettetemi un: chissene: bravo Tim, ma il resto faceva pena), i trailer, le scene intraviste, i promo vari promettono un film con i controfiocchi e un It da far gelare il sangue (grazie a Bill Skarsgård). In attesa di scoprire se le promesse verranno mantenute, e di scovare un cinema dove poter vedere il film in lingua originale - voglio godermi la voce originale di It - ripescate La madre, non ve ne pentirete.