lunedì 23 aprile 2018

Né a Dio né al Diavolo - cover reveal

Ho pensato e ripensato a mille introduzioni, per questo post, e poi ho deciso che non servivano. Quindi, rimando i commenti a dopo. Oggi è il giorno in cui si svelano trama, copertina e titolo del mio prossimo romanzo. Prima di tutto, dunque, eccoli:




La trama:
Biveno. “Capitale del nulla”. Sessantamila anime dimenticate da Dio ai piedi delle Alpi piemontesi. Da lì un giorno d’estate del 2010 parte una macchina diretta a un colossale festival metal in Germania, con a bordo il terzetto peggio assortito della storia: Ivan, senza lavoro ma con qualche segreto, depresso con l’orlo del baratro a portata di mano; Tom, idraulico per professione e giullare per vocazione, troppo abituato a fingere di essere un idiota; e il tizio silenzioso che tutti chiamano Lucifero, capelli lunghi e occhiali scuri d’ordinanza, vampiro da quasi quattrocento anni. E non serve a nulla che lui parli tranquillamente della sua vera natura, tanto nessuno ci crede, Tom meno di chiunque altro. Dovranno cominciare a balenare gli artigli e a scorrere il sangue perché i due ragazzi si rendano conto che frequentare un mostro non è innocuo come una canzone black metal. Men che meno un mostro che si trascina dietro amanti immortali, vendette secolari e una sete che nulla al mondo può spegnere. Ma le notti sono lunghe a Biveno, e c’è tempo per imparare...

“Il sangue gli riempiva la gola. Inzuppava la paglia. Lui tremò, tremò più forte. Scivolò su un fianco. Il respiro era più faticoso. Un'ombra gelida sommerse la cella, lo strinse in un'ultima morsa. Era un buio aggressivo, eppure quasi rassicurante. Tutto scorreva via. Anche le parole si perdevano, e se pure avesse avuto ancora voce, le parole che gli rimanevano non le avrebbe rivolte né a Dio, né al diavolo. La promessa che aveva infranto non l'aveva fatta nel loro nome.”

Ecco qui.
È difficile spiegare l'emozione che provo in questo momento, mentre preparo il post e contemplo la splendida copertina opera del magnifico Davide Nadalin. La storia di Né a Dio né al Diavolo è quella che più parla di me, tra tutte quelle che ho scritto. Ha avuto un percorso accidentatissimo, dal suo primo nucleo (quand'era solo una sorta di novella) risalente ormai a oltre una decina di anni fa fino alla forma attuale di oltre 800.000 battute, ma adesso posso dire che sia stato giusto così: se l'avessi pubblicata in una delle sue forme precedenti, i personaggi non sarebbero stati così delineati, il loro passato non sarebbe stato così preciso, certe scene non avrebbero avuto lo stesso significato.

Sì, ve ne parlerò ancora, di questo libro, certo, e pian piano vi racconterò un po' di retroscena, se vorrete. Ma se un pochino almeno mi conoscete, già capite quante delle mie passioni hanno dato una forma a questa storia, da quella per i vampiri - il Dracula del romanzo di Stoker, il folklore, le tradizioni, più che qualsiasi altri vampiro cinematografico o letterario - a quella per il metal. Entrambe passioni nate quand'ero adolescente (a tredici anni lessi Stoker, intorno ai sedici cominciai ad ascoltare seriamente metal) e che mi porto dietro ancora adesso, con l'identico amore, nonostante gli anni sulle spalle e un'adolescenza ormai conclusa.
E Né a Dio né al Diavolo è anche questo, in fondo. Una storia che parla di come mi sentivo quando avevo l'età dei suoi protagonisti (ventiquattro) e non avevo idea della strada che avrei percorso. Se penso al sostantivo che descrive quella sensazione, è impotenza: non sapere cosa fare, e soprattutto, anche quando si sa, non avere la possibilità, materiale o emotiva o entrambe, per farlo.
Poi, certo, ci sono i vampiri.

Insomma, ecco a voi Né a Dio né al Diavolo. Spero che lo amerete quanto lo amo io.

On air:
La colonna sonora di NaDnaD secondo me ^_^

giovedì 19 aprile 2018

Il momento si avvicina...

Lunedì 23 aprile, alle ore 11, qui e su molti altri blog, così come sui social, preparatevi a una piccola invasione: si svelano finalmente titolo, trama e copertina di #NaDnaD, ovvero... il mio nuovo romanzo urban fantasy, in uscita al Salone del Libro di Torino!
Non potete immaginare l'emozione che provo in questo momento, per un romanzo che, per me, ha un significato speciale. Ci sarà tempo per parlarvene e raccontarvi qualcosa in più, ma, nel frattempo, segnatevi la data del cover reveal ;-)

Ne approfitto anche per segnalarvi che mi troverete proprio al Salone in tutta la giornata di sabato 12 maggio. In particolare, al mattino, siete tutti invitati all'incontro organizzato da Gainsworth "MOSTRI IN RITARDO. PERCHÉ IN ITALIA L'URBAN FANTASY NON ARRIVA?" che si terrà alle 10:30 nello Spazio Stock del Padiglione 5.
È la branca del genere fantastico più venduta sul mercato internazionale negli ultimi quindici anni. Macina numeri che superano di molto tutti i "cugini" più classici. Ha prodotto capolavori universalmente riconosciuti. Eppure in Italia tanto gli editori quanto il pubblico sanno a stento che cosa sia. Per quale motivo il nostro Paese sembra incapace di accettare l'Urban Fantasy? Proviamo a scoprirlo in un dialogo aperto con i più diretti interessati: i lettori.
Parteciperemo io, Luca Tarenzi, Julia Sienna e Helena Cornell.

Per i blogger che volessero partecipare al cover reveal: lasciatemi una mail (potete scrivermi qui o in privato su Facebook) e la girerò alla casa editrice, che vi contatterà inviandovi istruzioni e materiale.


lunedì 9 aprile 2018

Letture - il 2018 finora

È passato un po' di tempo dall'ultimo post dedicato al periodico-più-o-meno punto della situazione letture, risalente all'autunno scorso. Tempo proficuo per molti versi, ricco di esperienze, romanzi nuovi e (ri)scoperti. Ora che finalmente la primavera pare avvicinarsi dopo un lunghissimo inverno, vediamo se posso consigliarvi qualcosa di sfizioso...

Ho letto i libri segnalati nello scorso post?
Ahahah, ovviamente no. Nel senso che sì, ho letto lo splendido A storm of witchcraft di Emerson W. Baker, il non plus ultra se siete interessati ai processi di Salem, ma per il resto gli interessantissimi libri che mi ero riproposta di leggere "prima di subito" sono ancora in attesa, scalzati da altri interessantissimi libri che ho voluto leggere "prima di subito". Non ce la posso fare.
Ma so che mi capite...

Cosa ho letto di bello, di recente?
In compenso sì, di cosucce apprezzabili ne ho lette eccome, anche se ormai ogni tentativo di programmazione va a farsi benedire ancora prima di riuscire a definirlo. Come al solito vi citerò solo i libri che mi hanno colpito di più, tralasciando gli altri. Oltre al già citato A storm of witchcraft, se l'argomento vi interessa e leggete in inglese, vi consiglio anche Journey to the Dark Goddess: how to return to your soul di Jane Meredith, graditissimo regalo che mi ha fatto ripercorrere diverse tappe fondamentali degli ultimi anni della mia vita. Un modo per riflettere sulle fasi di cambiamento e crescita che si affrontano, volenti o nolenti, e per renderle il più possibile positive. Ho poi finalmente messo le mani su Purgatorial, l'antologia poetica di Fernando Ribeiro dei Moonspell, uscita di recente in traduzione inglese: una raccolta strana, con alcuni componimenti capaci di non farsi dimenticare.
Per quanto riguarda la narrativa, poi, sono stata particolarmente fortunata con le mie ultime letture: da Dance dance dance di Haruki Murakami al classico Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood, dal recente caso editoriale Le ragazze di Emma Cline a La ricerca onirica di Vellitt Boe di Kij Johnson (World Fantasy Award 2017, per noi nella splendida traduzione di Luca Tarenzi grazie a Edizioni Hypnos).
Se Murakami non ha bisogno di presentazioni, qualche parola in  più la spenderò per i libri delle tre autrici appena citate: romanzi molto diversi (un classico distopico, una vicenda ispirata a quella di Charles Manson e dei suoi seguaci, un romanzo breve che riprende luoghi e personaggi lovecraftiani), accomunati da una sensibilità non comune, tutti e tre capaci di proporre osservazioni profonde sulla psicologia femminile e, soprattutto, sul modo in cui le donne - giovanissime come Evie in Le ragazze, adulte come Difred in Il racconto dell'ancella, più anziane come la Vellitt Boe di Kij Johnson - devono sopravvivere e trovare la propria strada in un mondo finora pensato a misura d'uomo, e soprattutto troppo spesso narrato in prospettiva maschile. Laddove gli eroi - positivi o negativi - sono uomini che danno per scontato il proprio ruolo centrale, qual è il posto per le ragazze a cui viene insegnata solo l'importanza di "farsi notare" ma non farsi ascoltare? Per le donne private di ambizioni o libertà di scelta, immolate sull'altare della maternità come unica via socialmente accettabile di affermazione personale? Per quelle mature, non più "sexy" e quindi virtualmente invisibili, poiché non più adatte ad adornare la leggenda del maschio eroico? Vorrei che questi tre libri non rimanessero lettere da passarsi di mano femminile in mano femminile, ma venissero letti e compresi anche da quella metà del cielo non abituata a essere considerata "l'altra", solo "la prima". Ho visto in prima persona cosa vuol dire venire ignorate perché, in quanto "femmina", di sicuro non si può scrivere altro che melense storie d'amore... ecco, se la pensate così questi sono libri che potrebbero farvi cambiare idea.

Che cosa leggerò nei prossimi mesi?
Domanda da un milione di dollari, come si suol dire. Devo ancora riprendere i Dresden Files di Jim Butcher e qualche classico del fantastico & dintorni, i manuali in attesa di lettura aumentano, i saggi imprescindibili pure... insomma, sono sempre più sommersa. Vedremo in quali acque sguazzerò!

Mircalla vuole fare il cosplay della gatta di Vellitt Boe :-)

giovedì 5 aprile 2018

La mia casa piena di libri

Oggi mi è capitato sotto gli occhi un articolo de IlLibraio.it che, a dicembre 2017, riportava le desolanti statistiche sulla presenza (o meglio, assenza) di libri nelle case degli italiani (una famiglia su dieci non ha neanche un libro, il 28,2% non ne ha più di 25, per citare solo un paio dei dati presentati nell'articolo, che trovate on line seguendo il link inserito sopra). E non serve ricordare le statistiche tragiche sulla quantità di libri poi effettivamente letti. Quindi, oggi, posto un po' di pura bellezza: i libri che ho nel mio studio/salotto (vi risparmio le librerie del corridoio e ovviamente gli ebook e i libri sparsi su comodini e altri ripiani vari). Fin da quando ero bambina ho sempre adorato curare i miei scaffali, vederli crescere, diventare zeppi, spostare e riordinare i libri che ospitano. Non c'è arredamento migliore (e sì, quelli che vedete nelle foto sono libri effettivamente letti, per un totale di non so quante meravigliose ore passate a viaggiare in tempi, luoghi e vite diversi). Se volete, postate anche le vostre librerie con l'hashtag #lamiacasapienadilibri :-)





domenica 1 aprile 2018

giovedì 8 marzo 2018

Be strong

Buona Festa, donne, ragazze, bambine. Ringraziate chi porge fiori ma non sentitevi in dovere di farvi calpestare. Imparate a dire no, e a difenderlo. Amate voi stesse e rispettate i vostri desideri, e se qualcuno cerca di manipolarvi o sminuirvi... non abbiate pietà.

Buona Festa alle donne, e un abbraccio agli uomini degni di questo nome: ce n'è, non dimentichiamolo. La lotta non è tra "noi donne" e "loro maschi", ma tra persone di cuore e cervello e barbari.

L'illustrazione è tratta dalla pagina ufficiale dedicata a Nemi Montoya di Lise Myhre (la vedete a questo link).

martedì 6 marzo 2018

La bellezza non si tollera

Quand'ero bambina, e poi da adolescente, i valori che ho imparato riguardavano l'uguaglianza, la libertà, la cultura. Il razzismo era male, costringere qualcuno a seguire i principi di una religione specifica anziché consentirgli la scelta della fede - o la mancanza di una fede - era male, usare la violenza e/o le minacce era male, e non c'era bisogno di essere "di sinistra" per condannare il fascismo o il nazismo, quando si parlava di Seconda guerra mondiale. Una persona è libera di essere ciò che vuole - indipendentemente da razza, religione, sesso, orientamento sessuale, ceto sociale: questo ho imparato. Se i miei vicini di casa divorziano, per fare un esempio semplice, ciò non lede in alcun modo la libertà altrui di sposarsi. Un bacio o un abbraccio sono "bene"; un pugno o un insulto "male". Una persona colta si ammira, non si spernacchia. Se leggi tanti libri puoi vantartene, non devi vergognartene.
E non esiste quantità di "rimandiamoli a casa loro", di "radici cristiane" presunte, di "potete essere gay ma a casa vostra perché in strada ci sono i bambini e non devono vedervi" che mi farà mai cambiare idea.

Un paio di settimane fa o giù di lì ero a Milano lo stesso giorno dei proclami leghisti in piazza Duomo. A pochi passi da quella piazza, dove non sarei riuscita a mettere piede neanche costringendomi, vedevo tante, tante persone splendide in giro: ragazzi con i dreadlock, musicisti e artisti di strada, giovani e meno giovani con la pelle di ogni colore possibile, che camminavano gli uni accanto agli altri, incrociandosi per un istante prima di proseguire con le loro vite. I camerieri, le commesse, i passanti, gli abitanti e i turisti erano un mosaico di differenze e splendore. E io ho pensato che bello che è vivere oggi, quando posso parlare con irlandesi e sudafricani, con giapponesi e italiani, con - metteteci chi volete -, e chiedere la loro storia, condividere un sorriso, un pasto, un mezzo pubblico. Quand'ero bambina non potevo viaggiare all'estero, non c'era internet, non sapevo ancora l'inglese come ora, ma quanto avrei adorato queste possibilità.
Com'è possibile che oggi tanta gente sia semplicemente cieca di fronte alla bellezza?

Fino a queste righe, ciò che avete letto è frutto di una riflessione spontata postata ieri su Facebook, sull'onda dei risultati elettorali, anche se si tratta di pensieri che mi rigiro nella mente da un bel po'. Non sto cercando di "fare politica", se non nella misura in cui arriva il momento per dichiarare, a testa alta, qual è il mondo che si desidera. E che rimangono azioni e comportamenti intollerabili - la violenza, il razzismo, la glorificazione dell'ignoranza - a prescindere, senza se e senza ma. Ma anche la parola tolleranza, ormai, sta assumendo il significato sbagliato: non si possono tollerare la repressione, la censura, le violazioni dei diritti umani, l'omofobia, il razzismo o la misoginia, perché non fanno parte di una società civile e non possono convivervi, come un virus non è pensato per convivere con un organismo ospite ma per distruggerlo. E, allo stesso tempo, se il principio alla base è che ognuno è libero di esprimere il proprio potenziale, di seguire la propria fede, il proprio orientamento sessuale, se ciò accade senza reprimere quelli altrui allora la parola tolleranza non è quella giusta: le persone "diverse" non esistono perché "i normali" (secondo quale criterio, poi?) possano degnarsi di tollerarle, come una vescica sul piede o il vicino con lo stereo troppo alto. Per esempio, io non "tollero" le coppie che si baciano al bar: sono contenta di vederle felici. Che cosa me ne frega che si tratti di un uomo e una donna, di due uomini, di due donne, o di tre o quattro persone insieme? Io non "tollero" le persone che vanno a messa nella chiesa dietro casa mia; sono contenta che facciano quello che li fa star bene. E non voglio che gli altri mi "tollerino" per quello che sono: voglio che mi permettano di esserlo senza rompermi le scatole e senza che io debba giustificarmi, dato che non impongo ciò che sono a nessuno.

Anni fa un ragazzo, durante un incontro con delle scuole, mi chiese "come hai fatto a raccontare un rapporto omosessuale come se fosse normale?" La mia risposta fu "perché è normale. L'ho raccontato come racconterei qualsiasi storia d'amore, non ha importanza tra chi". Ecco, fin quando ci stupiremo di queste cose, fin quando non la smetteremo di dire che gli altri vanno tollerati - magari giusto perché i roghi non vanno più di moda e i pestaggi o i marchi sui vestiti non sono permessi - e non cominceremo a dire che gli altri sono noi, fin quando la varietà degli esseri umani non sarà amata, anziché sopportata, avremo ancora tanta strada da fare.


L'immagine viene da Pinterest.

lunedì 5 marzo 2018

In ricordo di Ursula K. Le Guin

Nel 1969 Ursula Le Guin pubblicava il capolavoro "La mano sinistra delle tenebre" ("The left hand of darkness") e lasciava un'impronta indelebile sulla fantascienza e sulla letteratura con una di quelle opere che oggi, nel nostro Belpaese, gli insegnanti non potrebbero far leggere agli studenti senza ottenere proteste dei genitori "no gender" e compagnia. Poi sono venute tante altre opere nel corso dei decenni, fino ad arrivare a questo terzo millennio dove sembra che l'umanità, almeno in certi contesti, si stia impegnando a dimenticare tutto quanto di buono ci hanno insegnato i secoli precedenti e le tragedie della prima metà del Novecento.
Ecco, mercoledì sera Luca Tarenzi, la voce migliore del nostro fantastico nonché tra i massimi esperti di urban fantasy e letteratura di genere del nostro Paese, e Chiara Codecà, esperta di strategie di comunicazione, di crossmedia e fan culture, ricorderanno una grande donna e scrittrice a Pavia, presso l'associazione Aerel in via dei Mille 130, alle ore 18 e 30. Io ci sarò: spero di incontrare tantissimi di voi.

giovedì 22 febbraio 2018

Scorre la sabbia...

... e oggi sono 36 anni. "Il mezzo del cammino" + uno (come quando un tempo calcolavo i "29 + uno, + due...").
Che poi, i numeri sono solo simboli. Sì, indicano una quantità precisa di tempo, certo; ma il significato che quel tempo ha è mutevole e mobile come l'acqua. Ed essendo sempre stata un'umanista più che una scienziata, è il senso segreto delle cose quello che mi affascina; sono le sensazioni che evocano, le atmosfere che richiamano, le emozioni che suscitano.
36, quand'ero bambina, avrebbe dovuto essere un'età da adulti - l'età in cui i grandi avevano già macchina, casa, consorte e figli. L'età, insomma, in cui avevano messo la testa a posto e vivevano una vita sicura e pacificamente normale.
Adesso, anche tralasciando i discorsi su precariato eccetera, 36 ha il significato che ognuno desidera. Non si è più obbligati a seguire certi binari, nessuno si stupisce se si sta ancora in affitto, e perfino le donne - molte - rivendicano il diritto a essere quello che vogliono, al di là dell'utero.
E io, che ho un utero per biologia ma un istinto materno equivalente alla voglia di farsi fare le coccole dopo il sesso che ha una mantide religiosa... che cosa sono, a 36 - t r e n t a s e i - anni?

Di sicuro, non quello che immaginavo sarei stata da bambina, o a quindici anni, o a venti, se è per questo. Ho già smontato e rimontato la mia vita una volta, e in quel senso, per me, i trenta erano stati come i venti per altri: l'inizio della vita vera. Il momento in cui - anche se allora l'ho vissuta con molta più paura, ma cionondimeno l'ho vissuta - sono uscita dalla porta per andare nel mondo. Per studiare, e costruirmi una carriera, e vivere le avventure di una notte e le follie con le mie sorelle spirituali, senza ancora immaginare tutto quello che poi sarebbe arrivato.
È stata una strada lunga e accidentata, assistita dall'affetto di tanti ma senza mai poter deporre la spada, perché i demoni attaccano all'improvviso. Sono stati sei anni, questi ultimi, che mi sono parti lunghi dieci o dodici e allo stesso tempo sono volati. Sei anni fa, proprio appena prima del mio compleanno, venivo ammessa al master che mi avrebbe portato a lavorare in editoria. Cinque anni fa, in questo stesso mese, iniziava la storia più strana e imprevista e inimmaginabile possibile, eppure la più bella. Tre anni fa, un paio di giorni prima del mio compleanno, mi trasferivo ad Arona. E oggi...

E oggi sono qui, quasi stordita che sia già il mio compleanno, perché come gennaio mi è parso infinitamente lungo febbraio è volato in un soffio. Sono qui a guardare piccole cose che crescono, in piedi sull'orlo di una scogliera come il Matto, ad ammirare un paesaggio nebbioso che qua e là si intravede a squarci e aspettare che si apra del tutto. Sono qui a meravigliarmi di come sfugga veloce il tempo - perché certo, tutti sappiamo che è così, eppure tutti ci stupiamo quando tocca a noi - e a cercare di viverlo, quel tempo, anziché ossessionarmi a contarlo.
Sono stanca, a volte, non lo nego. Una guerriera, mi dicono in tanti, ma una guerriera, dico io, con le ferite aperte; nondimeno, si va avanti lo stesso, aggrappati alla spada. Cerco una grotta dove mi attende uno specchio d'acqua che mostra segreti e visioni, il futuro e il significato, ma non so dove sia né quando la troverò. E il tempo, il tempo è la conquista che ho bisogno di fare, nei prossimi mesi soprattutto: per scrivere - sempre, quello: scrivere, la parte più preziosa di me - e per indagare, per vivere e per scoprire, e scoprirmi. Non so come, non so quando. Di sicuro, come andrà lo racconterò, in una storia o in un'altra.



Il primo regalo di compleanno che ho ricevuto, quest'anno, è stata questa rosa blu. Chi mi conosce sa che le rose bianche sono i miei fiori preferiti, ma l'azzurro e il blu in tutte le loro sfumature sono il mio colore d'elezione. L'ho trovata particolarmente azzeccata, questa rosa: affascinante ma insolita, ricca di petali misteriosi da districare, classica ma allo stesso tempo diversa da tutte le rose "classiche". Grazie a chi me l'ha regalata, grazie a tutte le persone - tantissime - che mi stanno facendo gli auguri... grazie a tutti coloro che mi fanno sentire il loro affetto. Vuol dire tanto, davvero.

lunedì 5 febbraio 2018

Fantasy February: uscite da non perdere

Già lo sapete che in questi lidi amo sproloquiare di libri, dischi o film che adoro, e che non mi interessa porre freni al mio entusiasmo, quando qualcosa lo accende. Pertanto, l'advisory in questo post è d'obbligo: nelle prossime righe segnalerò in toni spudoratamente da fangirl un paio di uscite fantasy che non dovete assolutamente farvi scappare. Sento spesso, infatti, i lettori appassionati del genere lamentarsi che "in Italia non esce mai niente di interessante", "da noi pubblicano solo paranormal romance o fotocopie di Tolkien" e così via. Ebbene: è assolutamente vero che il fantasy da noi viene per lo più ignorato e/o bistrattato, che tantissimi libri validi pubblicati all'estero non vengono tradotti, che siamo rimasti indietro a tematiche e stili già vecchi, in America o in Inghilterra, negli anni Ottanta... Proprio per questo, però, quando qualcosa di valido esce davvero, sarebbe il caso di riconoscerlo e acchiapparlo al volo. Altrimenti, poi, non lamentatevi che le case editrici non vanno oltre Martin o la Meyer...

Questa settimana, e di preciso l'8 febbraio, esce per la Nord lo straordinario esordio del canadese Nicholas Eames, I guerrieri di Wyld (in inglese Kings of the Wyld). In un mondo fantasy dove i gruppi mercenari che vanno a caccia di mostri sono considerati delle vere rockstar, una delle storiche band(e), scioltasi da anni, viene ricomposta dal frontman di un tempo per compiere un'impresa impossibile: salvare sua figlia Rose, una giovane guerriera che rischia la vita in una lontana città assediata dalla più grande orda di creature feroci che si ricordi. Il tempo però è inclemente, e tra acciacchi e pance un po' troppo prominenti come potranno cinque ex eroi sconfiggere un intero esercito?
Ho avuto la fortuna di tradurre questo romanzo, innamorandomene fin dalle primissime pagine. Per quale motivo, mi chiederete? Be', c'è solo l'imbarazzo della scelta. Prima di tutto, la capacità di Eames di passare agevolmente dal registro comico a quello drammatico, dall'ironia alla malinconia, dalla riflessione all'azione. I guerrieri di Wyld è tutto quello che un fantasy dovrebbe essere: diverte e commuove, appassiona e stupisce, gioca con il lettore e allo stesso tempo riesce a trattare temi niente affatto sciocchi o superficiali, grazie anche all'altro immenso punto di forza del romanzo: i personaggi, così vividi e reali che è impossibile non amarli. E non mi riferisco solo ai cinque personaggi principali, ma anche ad alcune delle figure di contorno (faccio solo due nomi: Dane e Gregor. E non dico di più...) che vi entreranno, ne sono sicura, nel cuore. E ricordate il principe Nuada di Hellboy - The Golden Army? Ecco, l'antagonista principale dei nostri eroi, colui che ha radunato l'armata di mostri che assedia la città dove Rose gestisce una disperata resistenza, potrà ricordarvi proprio Nuada, con la sua freddezza e ferocia nel combattere una guerra che è difficile non considerare almeno in parte giustificata, una vendetta  nei confronti degli uomini che hanno schiavizzato, sterminato e rinchiuso a combattere nelle arene intere razze di creature "diverse".
Infine, il romanzo è una dichiarazione d'amore verso due realtà che manderanno in visibilio molti di voi: i giochi di ruolo - andate a caccia di tutti i riferimenti a Dungeons & Dragons - e il mondo del rock e del metal - come sopra: dai giochi di parole con il linguaggio della musica alle citazioni di canzoni e musicisti fino alla stessa composizione del gruppo di mercenari protagonisti, con il silenzioso Clay che è il "bassista carismatico", il ladro armato di pugnali, che sa muovere velocissimi, a ricordare chiaramente un batterista e così via. Non vi dico di più: divertitevi a scoprire il romanzo, e preparatevi a desiderare la maglietta della vostra prossima band(a) di mercenari preferiti!

Altra segnalazione, che in Italia non ha bisogno di presentazioni: è uscito questa settimana in formato elettronico, e presto anche in cartaceo, il terzo e ultimo volume della saga di Poison Fairies di Luca Tarenzi, dal titolo La cosa più pericolosa. Se già non li avete letti, approfittatene dunque per recuperare anche i primi due capitoli, La guerra della discarica e I re delle macerie. In questo caso, poi, potervi segnalare questo ultimo capitolo della trilogia mi fa particolarmente piacere, non solo perché Luca Tarenzi è un amico, ma anche perché ho avuto l'onore di curarne l'editing.
Di che si parla? Di fate molto pericolose, che vivono in una discarica tra ferocissime guerre di clan, intrighi e missioni impossibili, nascoste agli occhi degli umani e continuamente in lotta per non soccombere agli animali che potrebbero divorarle, ai nemici, alla fame o al freddo. No, non sono le fatine Disney, queste; e per quanto siano alte pochi centimetri, guerriere e assassini, sovrani e stregoni combattono conflitti che non hanno proprio nulla di piccolo o di semplice, in un mondo spietato dove ogni scelta che i personaggi compiono, anche quando inevitabile, ha un prezzo che troppo alto da pagare.
Luca Tarenzi è una delle rare, vere eccellenze che il fantasy nostrano può vantare: troppo spesso si abusa della frase "tiene incollati alla lettura", ma in questo caso è davvero così. Soprattutto, i suoi libri, a mio parere, riescono sempre a contenere molto più di quello che appaia a prima vista, a rivelare nuove sfumature a ogni rilettura, a parlare di mondi invisibili dando l'impressione che davvero sia possibile perdersi in essi, girato l'angolo di una qualsiasi strada delle nostre città. E credo anche che sia un'impressione corretta... ;-)

giovedì 1 febbraio 2018

Welcome back, February

Ma davvero è finito gennaio? Sul serio? Per la prima volta, quest'anno, mi è sembrato durare tre o quattro mesi, non uno solo... Sarà che c'è stato tanto da fare, tanto lavoro, tanti incontri e appuntamenti, tanti alti e bassi emotivi, tante cose da smuovere a spintoni e tante che iniziano a srotolarsi veloci. Il 2018 è iniziato in maniera difficoltosa, ma adesso sta prendendo avvio... e sì, ho sonno cronico e troppo poco tempo per fare tutto, ma ho anche LA VOGLIA di fare. Idee e progetti. E un piccolo, grande brivido sottopelle, un'emozione che cresce... stay tuned ;-)

E oggi arriva febbraio. Un mese a cui sono sempre stata affezionata perché è quello della mia nascita, e fin da piccola mi pareva adeguato essere venuta al mondo nel mese più strano e unico dell'anno, quello più corto di tutti e quindi quello più speciale, quello da centellinare. Un mese che ho sempre associato all'azzurro, il mio colore preferito, e al bianco. Il mese di carnevale e di San Valentino.
Per quanto riguarda queste due feste, non ho mai amato il carnevale perché da piccola non ho mai avuto la possibilità di travestirmi con costumi decenti, ed era quindi l'ennesima occasione per sentirsi diversa dagli altri e impacciata alle feste (benvenuti nel tunnel dei miei traumi infantili). Adesso, però, che carnevale evoca follia e anticonformismo, nella mia mente, la capacità di dissacrare le autorità paludate e godere della vita, mi sembra adeguato anche questo.
E San Valentino... be', certo, è una festa commerciale, sdolcinata e bla bla bla. Ma degli aspetti istituzionalizzati non mi importa niente: mi importa solo che sia una festa dell'amore, e guardate un po': come non mi vergogno dei miei lati dark o di vestirmi di borchie, non mi vergogno nemmeno di dire che I am for love. Oggi che vedo glorificati razzismo, odio o violenze per me aberranti, io che sono cresciuta con la semplice convinzione che tutti gli uomini appartengono alla medesima razza umana e che tendere una mano a chi ne ha bisogno sia più importante che arrampicarsi sui cadaveri altrui, per me l'amore è ancora più importante: l'amore per la libertà (di essere se stessi, di amare chi e come si vuole, di viaggiare e conoscere e scoprire), l'amore per i gesti gentili, l'amore per le persone care. Un amore in cui avvolgermi come in una coperta, a ogni commento ignorante o brutale o sgarbato o sessista che leggo su internet, a ogni notizia che sembra far sprofondare questo nostro mondo nell'arretratezza, anziché nel progresso.
Ogni tanto mi dicono che vengo da Andalasia, come Giselle di Come d'incanto. E anche se non voglio essere ingenua come lei, be', penso che mi vada bene, cercare di rendere il mio mondo pieno d'amore. Ho sempre amato i personaggi tormentati, a tutto tondo, quelli che lottano contro i loro difetti e i loro errori, perché è così che accade nella vita; ma mi piace che quei personaggi, in fondo, abbiamo il cuore al posto giusto.

E così adesso comincia febbraio, ho già più cose da fare che tempo per farle, coccolo speranze e scoppietto di emozioni come pop corn in una pentola, e temo e spero e temo e spero. Ma voglio sia un mese bianco e azzurro, di fiori che spuntano dopo l'inverno e sogni sfrenati, un vero, nuovo inizio.

On air:
The Shins, Simple song ("Love's such a delicate thing that we do...")


Immagine da https://it.pinterest.com/pin/341499584237313613/

martedì 30 gennaio 2018

Felicità

Come ormai sapete, il Pampe non cammina bene: è un micio "pendolino", ovvero ha la sindrome cerebellare, che gli impedisce di controllare a dovere le zampe, sia anteriori sia soprattutto posteriori. Salta solo fino a una certa altezza e con misurazioni un po' approssimative, se corre (e corre: trotta come un cavallino) tende a curvare, quando si stira capita che perda l'equilibrio e così via.

Ovviamente, lui e Mircalla hanno un milione di giochini: palline, palle con le campanelle dentro, topini vari, e non parliamo poi della quantità di pallottole di carta o stagnola in giro per casa. Ci giocano un po', poi si stufano, come sempre i gatti.

Ma qualche giorno fa mia madre ha comprato per loro una pallottola verde con dentro un campanellino. Ecco, per quella pallina il Pampe è impazzito: ci gioca delle mezz'ore di fila, la prende a zampate (magari a volte sbaglia mira, ma poi ce la fa), la insegue, la prende in bocca, la sposta dietro mobili o sacchetti, fa il giro e le fa l'agguato, poi ricomincia a inseguirla. È adorabile, semplicemente. Cos'ha di particolare proprio quella palla?

Che è ovale, e quindi rotola storta. Fa movimenti imprevedibili. Insomma, è pendolina come lui. E io trovo meraviglioso che il Pampe mi insegni ogni giorno quanto si può essere felici nell'imperfezione, nelle difficoltà, nell'imprevedibilità, nonostante tutto e tutti.




Il post è ripreso da uno stato di Facebook che ho pubblicato qualche giorno fa.

martedì 23 gennaio 2018

Professor Marston and the Wonder Women

A volte la realtà è più incredibile della fantasia. O, se incredibile non è la parola giusta, più affascinante, più sorprendente.
Certo, questo dipende anche dal mindset e dal contesto sociale in cui si vive. Una semplice automobile, normalissima per tutti noi che in questo momento siamo connessi a internet, abbiamo l'elettricità e magari da un veicolo di quel tipo ci siamo appena scesi, risulterà scioccante per un indigeno che vive ancora come all'età della pietra. E anche se oggi le conquiste scientifiche abbondano e ci piace considerarci evoluti, basta guardarsi intorno per rendersi conto che, anche solo nel mondo cosiddetto "occidentale", c'è una profonda spaccatura tra quella parte della società più aperta e libera e quella più intransigente e legata a tradizioni passate. Ecco, lo so: già solo queste righe avete capito come la pensi io.

Perché questa premessa? Perché siamo abituati, nel nostro Paese ma non solo, a sentir discutere di matrimoni tra persone dello stesso sesso, per esempio; e mentre il mondo va avanti e sempre più nazioni riconoscono tale diritto, qui in Italia arranchiamo ancora tra squallidi episodi di omofobia. D'altronde, la situazione non è rosea neanche all'estero: ogni giorno rigurgiti d'intolleranza mettono in dubbio diritti che sembravano acquisiti, ogni giorno c'è chi s'interroga se una donna stuprata "se la sia cercata", chi fa proclami razzisti, chi si scandalizza se due uomini si tengono per mano (magari per poi sbavare segretamente all'idea di due ragazze che si baciano). Non mancano tuttavia, fortunatamente, le persone che si oppongono a intolleranza e prevaricazione. Non mancano film che affrontino la tematica dell'omofobia, per esempio (uno dei miei preferiti resta Mine vaganti) ed è sempre più facile trovare personaggi gay in telefilm o romanzi.
Quello che invece è estremamente più raro, invece, è un film come Professor Marston & the Wonder Women (grazie, grazie, mille volte grazie a Luca Tarenzi che me l'ha fatto vedere), uscito in autunno in America e in Italia... mah. Chissà se uscirà mai.
Perché questo film ha un difetto atroce: parla di poliamore, ed è una storia vera.

Il professor William Marston del titolo è il creatore di Wonder Woman, oltre che della macchina della verità. Lui è un professore universitario, assistito dalla moglie Elizabeth, brillante quanto lui ma ostacolata nella sua carriera dal gravissimo errore di essere nata con una vagina e dal fatto di dire ciò che pensa senza peli sulla lingua. Un giorno i due incontrano la bella e dolce Olive, studentessa intelligente e desiderosa di libertà, ma timida e repressa. Inizia così una delle più dolci, strazianti e incredibili storie d'amore che possiate immaginare: quella tra il professore, sua moglie Elizabeth e la giovane Olive. Un rapporto poliamoroso. Che cosa si intende con questo? Una relazione romantica in cui una o più delle persone coinvolte ama più di un partner. E uso il termine ama perché non si tratta di una versione elegante del concetto di "coppia aperta": il poliamore si riferisce alla possibilità di innamorarsi di più di una persona allo stesso tempo. Ed è quello che succede ai tre: anzi, se è subito evidente l'attrazione di Marston per la bella Olive, saranno le due donne le prime a rendersi conto che tra loro esiste un legame sentimentale: che Elizabeth e Olive si amano, ma entrambe amano anche William, e quest'ultimo ama entrambe.
Il rapporto tra i tre continua per anni, ostacolato dalla visione ristretta della società americana degli anni Trenta-Quaranta; una società dove i giochi erotici dal sapore bondage dei tre basterebbero da soli a emarginarli, figuriamoci se ci si aggiunge un amore saffico, e figuriamoci se a questo ci si aggiunge una relazione poli. Licenziati dall'università, costretti a reinventarsi, William ed Elizabeth vanno a vivere insieme a Olive, e pian piano la loro famiglia si allarga: entrambe le donne hanno due figli. Non è facile però nascondere la verità ai vicini, e quando il loro amore non convenzionale viene alla luce l'intolleranza, la grettezza e l'ostracismo delle persone metteranno a dura prova i tre protagonisti.


La storia d'amore al centro della trama, tuttavia, è solo uno dei temi che il film riesce ad affrontare con una grazia e una profondità invidiabili. Perché si parla di donne, e della loro forza. Si parla di libertà di espressione - e il film indaga le vicissitudini con la censura del fumetto Wonder Woman, che Marston inventò fondendo nella supereroina i tratti delle due donne amate. Fatico a scrivere queste righe, lo ammetto, perché il film mi ha toccato, commosso, appassionato ed esaltato su così tanti fronti che posso solo consigliarvelo con tutto il cuore: per la scrittura ottima, per i personaggi umani e complessi, con le loro imperfezioni e il loro grande coraggio. Certo, non tutte le teorie psicologiche del professor Marston risultano forse ancora comprensibili. Ma il film è estremamente ben riuscito nel raccontare difficoltà e gioie dei suoi personaggi, e le ultime immagini, con le fotografie dei veri William, Elizabeth e Olive, testimoniano una volta di più che non si tratta di fiction: Marston morì giovane, nel 1947, ma le sue due compagne continuarono la loro relazione fino alla morte di Olive nel 1985.

E così penso: forse il mondo sta cambiando, se possiamo raccontare una storia come questa? Se per una volta un uomo o una donna innamorati di due persone non sono costretti a scegliere, e questa classica recipe for disaster si conclude invece bene? Se gli ostacoli, l'ostracismo, la censura non li fermano, e per una volta l'amore è davvero più forte, è davvero abbastanza?
Poi mi torna in mente una notizia di mesi fa, su tre uomini che si sono sposati (ovviamente all'estero, non ricordo dove), e ricordo i commenti buzzurri, ma anche quelli che, pur pacati, dicevano comunque no. Non è possibile amare due persone. Senz'altro è una situazione subita, non voluta. Una deviazione, non amore.
Non suona molto diverso da chi dice che l'omosessualità è contronatura, no?
Ecco, finché avremo la presunzione di sapere quant'è grande il cuore altrui, finché avremo la presunzione di poter decidere cosa è amore e cosa no, cosa è normale e cosa no tra adulti consenzienti, di strada da fare ce ne sarà ancora. Parecchia.

P.S.
Si è parlato di questo film in Italia? Mah. Da una ricerca rapida e sicuramente parziale su internet, vedo che qui si cita un professore "poligamo" (NO. Poligamia e poliamore NON sono la stessa cosa). Qui invece si parla di "Una vicenda di malessere e masochismo, ma anche di assoggettamento erotico e mentale, praticato ai danni della giovane adepta usata a suo dire come “una cavia da laboratorio”" (ancora peggio: ai danni? Malessere? Assoggettamento? Qualcuno ha mai spiegato la differenza tra sottomissione erotica e sottomissione reale?). Fortunatamente c'è chi ha compreso meglio l'essenza del film (qui leggo che "ha indagato in maniera delicata i rapporti familiari e amorosi del professore Marston, senza dimenticare però la componente sensuale"). Uscirà mai in Italia questo film? La mia parte pessimista risponde figuriamoci, e una data d'uscita per ora non l'ho trovata, ma spero che qualcuno di voi possa segnalarmene una e smentirmi...

Se siete interessati ad approfondire, ecco un interessante articolo sui film che narrano relazioni poli.


martedì 9 gennaio 2018

I miei anni Ottanta

Finalmente, con il solito cronico ritardo, ho finito di vedere la seconda stagione di Stranger Things, glorioso revival di atmosfere anni Ottanta, ma senza gli eccessi peggio riusciti regalatici da quell'epoca, in chiave fanta-horror. Con la ormai collaudata formula della miniserie (sei puntate le prima stagione, nove la seconda), Stranger Things è un meraviglioso arazzo da lucciconi agli occhi, che tra volti storici - Wynona Rider, David Harbour, Matthew Modine, Sean Astin - e volti nuovi - il cast di ragazzini, tra i quali Finn Wolfhard e naturalmente Millie Bobby Brown, la straordinaria Eleven - gioca con le aspettative degli spettatori senza diventare frustrante, recupera un'ambientazione deliziosamente vintage facendo autoironia sulle molteplici citazioni, e dà vita a personaggi per i quali è difficile non empatizzare, tra esperimenti scientifici fuori controllo e altre dimensioni, celebrazioni dei giochi di ruolo e colonna sonora da "accidenti, me la ricordo questa! Non la sentivo da un sacco!", poteri mentali e mostri in libertà (ma con effetti speciali degni), pettinature improbabili e mancanza di tecnologia oggi ovvia (zero cellulari o internet, naturalmente, mentre i computer utilizzano il BASIC e i biciclettari girano senza casco e ginocchiere).
Ora, non mi interessa qui fare una recensione della serie - su internet ne troverete fino alla nausea, e come al solito tranquilli, non mancano battaglie tra fan sfegatati e haters, se avete tempo da perdere e pop corn a disposizione. Come avrete probabilmente già capito, ho adorato entrambe le stagioni, episodio più episodio meno, e non vedo l'ora di vederne una terza; mi sono affezionata ai personaggi e alle atmosfere "di una volta", mi sono divertita a lasciarmi naufragare in un dolce mare ben riconoscibile ma non per questo meno godibile. Ho sorriso, ho riso, mi sono ritrovata con gli occhioni spalancati come all'epoca in cui guardavo Gremlins o Ghostbusters: insomma, mi dichiaro soddisfatta.


Si sono versati fiumi di cyberinchiostro, poi, sul revival anni Ottanta di cui Stranger Things è uno dei picchi, ma che comprende anche l'aggiornamento dell'ambientazione di It che, nella prima parte, ha fatto muovere il Club dei Perdenti nell'epoca dei New Kids On The Block anziché negli anni Cinquanta; oppure, e qui so che si scatenerà la commozione selvaggia, San Junipero, straordinario episodio della terza stagione della (mi ripeto, straordinaria) serie Black Mirror. Un revival probabilmente fisiologico, ora che chi aveva l'età dei protagonisti di Stranger Things, all'epoca, è l'adulto nostalgico di oggi.
Io ci sono nata, negli anni Ottanta (nel mitico 1982, per la precisione), e di tanto in tanto mi sento dire che in fondo sono ancora una "anni Settanta onoraria", probabilmente perché il mio spirito è più affine a questi ultimi che ai primi. Come comprenderete, i miei ricordi sono vaghi, soprattutto legati alle repliche, per così dire, che alla diretta: sono cresciuta tra acchiappafantasmi, automobili che viaggiano nel tempo e re dei goblin che governano su labirinti misteriosi, ma non li ho vissuti al cinema, bensì registrandoli su videocassetta e rivedendoli fino a consumarne i nastri. Ricordo le repliche di Drive In e la politically uncorrectness che oggi farebbe rabbrividire i leoni da tastiera, le giacche di jeans con i lustrini e le pettinature atroci che scivolavano poi senza soluzione di continuità negli anni Novanta, quando i film che continuavo a rivedere erano sempre quelli. E adesso contemplo i mostri di gomma di Grosso guaio a Chinatown e continuo ad adorarli, perché anche se gli effetti speciali erano artigianali, accidenti, lo spirito c'era. Lo spirito che animava quelle avventure e ti faceva restare a bocca aperta, quel meraviglioso equilibrio tra ironia, autoironia e pericolo che riusciva a farti innamorare di Jack Burton, o di Peter Venkman (molto più che di uno Schwarzenegger o di uno Stallone, per quanto mi riguarda), a farti ridere e allo stesso tempo a interessarti davvero al destino di quei mondi in pericolo - quelli dove un mostro di marshmallow calpestava le chiese di New York e un antico stregone cinese immortale rapiva le ragazze (con gli occhi verdi come me, non so se mi spiego...) per spezzare una maledizione, quelli dove galeoni pirati si celavano nelle grotte protetti da infiniti tracobb... ehm, trabocchetti, e dove il nuovo vicino di casa poteva essere un vampiro molto affascinante e molto crudele. È così difficile raggiungerlo, quell'equilibrio: ecco perché Ghostbusters fa ridere ma è anche epico e Thor: Ragnarok riduce le disavventure di Asgard a un cinepanettone volgarotto e sciocco*. No, non sto dicendo che solo gli anni Ottanta fossero in grado di produrre classici d'avventura e del fantastico: sto dicendo che nei suoi migliori esempi, quell'epoca è riuscita a conciliare artigianato, passione, autoironia e brivido, ed è un mix che, in passato, ora e sempre, sa colpire nel segno.

Occhio a Jack Burton, tipo tosto anche con il rossetto
Ma gli anni Ottanta sono anche le pettinature atroci (lo so, le ho già citate, ma davvero... urgh!) e il maschilismo sfacciato e onanista, il consumismo incosciente e le speculazioni selvagge che hanno calpestato il sogno hippie del decennio precedente, il mito della conquista del mondo da parte dell'uomo che "si fa da sé" (si vedano Il segreto del mio successo, o, in chiave femminile, Una donna in carriera) precedente alla disillusione dell'epoca in crisi nella quale, noi figli degli anni Ottanta, ci siamo ritrovati (anagraficamente) adulti: quella in cui di noi non c'è bisogno, quella in cui "a qualunque età sono già fuori mercato", per citare Caparezza; quella in cui si va all'estero perché qui si muore; quella in cui ci si illude di avere una "voce" in base alle visualizzazioni del blog, senza pensare che se tutti urlano nel marasma si diventa indistinguibili; quella in cui i Neanderthal difendono il machismo omofobo o l'eterno ideale destrorso della donna che deve "tenersi un uomo" a qualunque costo perché senza "è persa" o che se non ha figli "non può essere felice né appagata" o che "deve farsi mantenere, non lavorare" altrimenti "è egoista" e se legge sceglie solo "libri al femminile"** (e specifico prima che qualcuno insorga: ben vengano le mamme felici e casalinghe, se lo hanno scelto liberamente; allo stesso tempo, ben vengano le donne felici di essere single e cambiare uomo ogni notte, o quelle in carriera, o quelle... tutte, insomma, purché libere di essere quello che vogliono davvero. Come tutti).

E quindi, qual è la conclusione? Che lo sfavillare brillantinato degli Eighties celava la muffa crescente che oggi ricopre il nostro povero mondo sull'orlo dell'autodistruzione? Voglio intessere una nostalgica celebrazione dei giorni che furono o scoperchiare tombe e additare il marciume?
Né l'uno né l'altro. Perché chi sono io? Non una sociologa, né una filosofa. Io sono un'amante delle storie - quelle che mi raccontano e quelle che racconto io. E amare le storie della mia infanzia non mi impedisce di notare i lati negativi di un'epoca dove tutto sembrava in espansione - appena prima del crollo; così come notare gli aspetti distorti dell'epoca in cui vivo, dove tutto sembra inesorabilmente contrarsi e riportare in vita cadaveri di dittature date per spacciate ma in attesa di risorgere, non mi impedisce di apprezzarne le espressioni migliori: chi non cessa di lottare per i diritti umani - nell'accezione più ampia - o per un pianeta più pulito, chi non smette di rivendicare la propria identità in barba ai modelli dominanti. E, infine, chi narra le nuove storie dotate di spirito, quando le trovo. Che siano ambientate oggi o negli anni Ottanta.
In fondo, di quell'epoca mi mancano davvero i ragazzini abituati a sbrigarsela da soli e a girare in bicicletta senza che i genitori potessero tenerli costantemente sotto controllo tramite cellulare (un esempio di tutte quelle cose che farebbero rabbrividire i genitori d'oggi, i quali pure dovrebbero avere la mia età, o essere di poco più grandi o di poco più giovani... com'è che si è arrivati a questo punto?) Non perché i cellulari siano il male, né sto dicendo di abbandonarli; ma non sarebbe meglio mantenere allenato il cervello, in modo da riuscire a godere dei progressi tecnologici senza diventarne schiavi, senza soccombere ai loro aspetti negativi? Mi manca, insomma, la capacità di rischiare un po' di più senza bisogno che sulla tazza del caffè ci sia scritto "attenzione è caldo". Magari queste cose, degli anni Ottanta, varrebbe la pena di recuperarle, senza bisogno di riprenderci pure quelle negative. E magari possiamo dire no a quello che di questo terzo millennio ci fa rabbrividire senza bisogno di vivere nel passato.

* No, questa non gliela perdono.
** Da tutto ciò deduco di non essere una donna.

On air:
Belinda Carlisle, Heaven is a place on Earth
Cyndi Lauper, Time after time

giovedì 4 gennaio 2018

Buoni propositi del 2018 (da lettrice)

Da Pinterest
Mi accodo a Giusy di Divoratori di Libri, che in questo bel post ha elencato i suoi "buoni propositi di lettura" per il nuovo anno, e ne fisso qualcuno anche io. Duole ammetterlo, ma mentre la quantità di libri che vorrei leggere non fa che aumentare - non solo perché ne escono continuamente di nuovi, ma anche perché i miei interessi continuano a espandersi - il mio tempo per leggere diminuisce, e di conseguenza diminuisce la quantità di libri che leggo ogni anno. Parlo di quelli che io scelgo di leggere, non di quelli che mi capitano in mano per lavoro, altrimenti la lista triplicherebbe o più. No, non stabilirò un "obiettivo numerico" da raggiungere perché non sto facendo una gara; si tratta semplicemente di considerazioni di come mi piacerebbe fosse il mio nuovo anno da lettrice.
Dunque, vediamo un po'.

1-Difendere il tempo per leggere (leggere quello che voglio io, non quello che leggo per lavoro) è ovviamente il primissimo punto della lista. La sera, per esempio, arrivo di solito con il cervello cotto, ma dopo la pausa cena e una puntata di telefilm per rilassarsi, se non ci sono altri impegni, sto ritrovando la sana abitudine di prendere in mano un libro.

2-Proseguire con i Dresden Files (ne ho letti 4, vorrei leggerne almeno altri 4 prima della fine dell'anno). La saga di Jim Butcher è infinita (conto diciassette volumi, parlando solo dei romanzi), ma i libri non sono lunghissimi e scorrono veloci, per cui vorrei prima o poi godermeli tutti.

3-Leggere alcuni libri che ho impilati in casa da una vita ma sono sempre stati superati in coda di lettura da altri. Non oso nemmeno contare quanti siano: approfondimenti su temi che mi interessano, su cui ho letto svariati volumi ma ne ho acquistati di più, romanzi che mi incuriosivano ma sono rimasti sullo scaffale, occasioni imperdibili...

4-Variare di più tra generi, libri in italiano e in inglese, narrativa e saggistica. A seconda del periodo, tendo a focalizzarmi su determinate caratteristiche (in particolare mi capitano periodi in cui salto da un saggio all'altro, ovviamente in inglese perché la maggior parte di quelli che mi interessano in Italia non arrivano o arrivano chissà quando). Ecco, vorrei alternare con più regolarità i tipi di lettura.

5-Esplorare letture insolite. Spaziando su generi che normalmente non leggo, scoprendo autori nuovi, stupendomi.

Libri ricevuti a Natale. A parte quelli di ricette (che non vedo l'ora di sperimentare perché le ho sbirciate e... yum!) gli altri vorrei leggerli tipo prima di subito... Ma prima ho in coda altro. As usual. (Sì, in primo piano c'è una lampada-libro che si accende aprendolo *___*)

lunedì 1 gennaio 2018

A new year... in the making

Una delle ultime foto dell'anno...
un po' elvish style
Il novanta per cento delle volte che mi capita di leggere post o commenti sull'anno che finisce e quello che inizia, il succo del discorso è quantohafattoschifoquestoannodimerdanonvedol'orapassiesperiamocheilprossimononsiacosìorrendo.
Ora, tutti viviamo alti e bassi e di cose di cui avrei fatto a meno, nel 2017, ne ho anch'io, ma mi sento anche grata per tutte quelle buone, per tutti i ricordi che conserverò nel cuore. Così, ho deciso per il "focus on the positive". Fotografare l'anno che termina per quei piccoli o grandi particolari che mi hanno fatto sorridere, per le belle esperienze e per le sciocchezze apparentemente da poco, e affrontare il prossimo pensando a quello che vorrò fare. Sono stanca dell'eterna lotta impotente contro quello che non posso controllare e/o non posso cambiare; ciò che conta è quello che posso gestire io, il mio atteggiamento in primis. Sarà poco, a volte, ma è importante lo stesso.

E così, il 2017 è stato un anno di soddisfazioni e di momenti difficili, emotivamente parlando. Di cambiamenti personali e di progetti mancati. Di decisioni dolorose e di ripartenze. Ma, appunto... concentriamoci sul positivo, no? E quindi, se penso a quest'anno, molte cose mi tornano alla mente:

- libri che ho tradotto e amato moltissimo, come I diari della principessa di Carrie Fisher, Senza filtri di Lily Collins e un altro ancora, una scoperta bellissima che ho adorato (ma lo troverete a febbraio...) Sono state tre soddisfazioni personali grandissime.
- Così come, sempre per quanto riguarda il lavoro, è stata splendida - e lo è ancora - l'esperienza di insegnante alla Scuola Palomar. Un'esperienza che non si esaurisce con le lezioni, ma che rimane dentro, arricchisce, amplia gli orizzonti come poche altre.
- gli esercizi che ho iniziato a svolgere quasi tutti i giorni, affiancandoli all'aikido: qualcosa di nuovo per me, un passo avanti che solo qualche anno fa mi sarebbe parso impossibile. Un modo per riappropriarmi del mio corpo, dopo una vita di rapporto conflittuale con esso, di ferite fisiche ed emotive. Entrare in negozi dove un tempo non avrei trovato niente che mi andasse e potermi comprare tranquilla un paio di jeans di due-tre-quattro taglie meno rispetto ai miei periodi peggiori è una soddisfazione non da poco; ma lo è anche riuscire a fare esercizi che un tempo non riuscivo a reggere, notare i piccoli progressi, i movimenti più armonici, i muscoli delle braccia, delle gambe o degli addominali che assumono un'altra forma. Non si tratta semplicemente di estetica: si tratta di fare pace con una parte di me che non è mai "andata bene" fin da quando ero piccola.
- le profondità blu del mare al largo di Tenerife, esplorate con muta e bombole d'ossigeno: la mia prima esperienza di scuba diving, insomma. Una danza nel mio elemento, l'acqua. Una sensazione d'euforia e pace, di libertà e magia. Un'altra cosa che un tempo non avrei avuto il coraggio di fare. Spero solo che sia la prima volta, ma non l'ultima, perché se abitassi in una località di mare non farei altro che stare in acqua...
- Tenerife, ancora: è sembrata, in un certo senso, la prima vera vacanza di tutta la mia vita, per alcuni aspetti. La porto nel cuore per troppi motivi troppo complessi e personali per descriverli qui.
- il sapore del pistacchio e del limone, a condire l'estate. Mai particolarmente amato, mai cercato il pistacchio, eppure da un giorno all'altro, senza preavviso, quest'estate ho iniziato a cercarlo, nel gelato, nei dolci, in cucina. Così come ho iniziato a sperimentare ricette al limone. Perché? E chi lo sa. Cambiamenti. Evoluzione. Di sicuro sono sapori che sento ancora sulla lingua, se ripenso all'estate.
Da Pinterest
- i tatuaggi. Due. Uno per dire speranza. L'altro eternità, legame, famiglia... nonostante tutto e tutti. Spesso mi ritrovo ad accarezzarlo, quel tatuaggio, quell'edera che mi colora la pelle e che voglio tenace come quella in vaso nella mia cucina, o ancora di più - quell'edera che sopravvive in ogni condizione.
- il Natale. Un Natale caldo, bello, dolce.

Ma adesso è tempo di pensare anche al 2018, no? E quindi, cosa voglio portare con me nel prossimo anno - chi voglio essere? Quali sono, insomma, i "buoni propositi"?

- prima di tutto, voglio riappropriarmi del mio tempo. Salutare Facebook staccandolo mentre lavoro, per esempio, in modo che non mi distragga e io possa essere più produttiva. Ma anche tenermi il tempo di scrivere, il tempo per i week end di riposo o di viaggio, il tempo per vivere. Quest'anno ci ho provato, ma si può fare di meglio... passo dopo passo, un passo alla volta.
- l'entusiasmo per i nuovi progetti, anziché perdere energie e buon umore a pensare a quelli che non vanno in porto per un motivo o per l'altro. Voglio ritrovare la gioia di esprimermi come meglio credo.
- i libri, tanti, tantissimi, che attendono di essere letti. Storie, manuali, saggi, romanzi di ogni tipo. Voglio riempire la mia vita di inchiostro. Nel 2017 ho iniziato a ritrovare anche il tempo per la lettura, troppo sacrificato per un certo periodo.
- Decluttering. Voglio ripulire pian piano la mia casa del superfluo, di quello che non voglio più, di quello che si accumula e occupa spazio senza portare in cambio bellezza. E voglio più bellezza nella mia casa, più colori, più "piccole cose", più particolari che mi facciano sorridere.
- il romanzo nuovo in stesura. Un'impresa diversa da tutte le altre, stavolta. Mi sono data un termine di tempo, e intendo rispettarlo. E poi, altre storie. Tante.
- magia. Voglio magia, con tutto il cuore, di più, sempre di più.
- progetti arditi e obiettivi legati a date ben precise. Un po' mi spaventano, ma... di nuovo: un passo alla volta.

Mentre scrivo queste righe lotto per aggrapparmi a una fiducia che cerca di scivolarmi tra le dita. Ma so, ormai, che la fiducia per me è come le onde del mare, va e viene e anche se a volte non c'è poi ritorna. So che devo distinguere tra la pigrizia e il bisogno di riposare corpo e mente, e sapere quando è giusto concedermelo, quel riposo. Non so quanto riuscirò a fare di quello che vorrei, e so che tanto di quello che vorrei è semplicemente un desiderio impossibile, e so che la realtà non è come nei romanzi o nei film, e di sicuro non c'entra niente con nulla di quanto avrei potuto immaginare da bambina per il futuro; ma quello che farò voglio che sia magnifico, e quello che posso voglio che sia come un fiore ardente di colori. Voglio che faccia sorridere me, e chi mi sta intorno, e chi incrocio solo a volte, e chi sarà un semplice incontro fugace, e così via.

On air:
Caparezza, Ti fa stare bene

Da WeHeartIt

lunedì 18 dicembre 2017

Free Capa

Con un tantino di ritardo, mi ritrovo a parlare del concerto del buon Rezza Capa, ovvero Caparezza, a cui ho assistito il 6 dicembre al Forum di Assago; e, contemporaneamente, a segnalarvi il nuovo disco dell'artista pugliese, Prisoner 709, uscito qualche mese fa e saldamente tra i miei ascolti preferiti del periodo. Perché lo sanno anche i sassi ormai che a casa mia, quando lavoro e/o scrivo, c'è musica di fisso: una colonna sonora che mi isoli dal mondo esterno, mi sollevi l'umore se sono bloccata su un lavoro noioso o mi aiuti a creare l'atmosfera giusta se sto scrivendo è per me quasi imprescindibile, e senza dubbio preferibile. E durante i viaggi in macchina, be'... che ve lo dico a fare?
Amando con tutto il cuore Caparezza, non potevo non precipitarmi ad ascoltare la sua ultima fatica, né potevo esimermi dal fiondarmi a vederlo live. Per me è stato il suo terzo concerto, e senza dubbio si è trattato del più grandioso: scenografie sempre nuove a ogni pezzo, quattro ballerini e due coriste oltre alla band, una fantasmagoria di idee e suggestioni che hanno reso lo show di Caparezza, come ogni volta e in particolare questa volta, uno spettacolo sontuoso e indimenticabile. In due parti: la prima dedicata a Prisoner 709, un pezzo dopo l'altro senza pause; poi, quando l'artista non è più "prigioniero del concept" e quindi può di nuovo parlare, una seconda parte dedicata ai pezzi storici, con il buon Capa che chiacchiera col pubblico e con il secondo cantante, Diego Perrone. Non posso che ribadire: andate a godervi i suoi concerti, se ne avete la possibilità. Non ne abbiamo molti, di artisti così, in Italia.

E lo ribadisce anche la profondità di Prisoner 709: ogni nuovo capitolo della discografia "caparezziana" si rivela una perla, ogni nuova canzone è talmente densa di significati da richiedere decine e decine di ascolti per penetrarli davvero. E se Caparezza in passato ci ha regalato brani caustici sulla situazione - politica e non - italiana, se ha trattato di bullismo, di cliché, di crisi economica e di molti altri temi scottanti, già da Museica e ancora oggi con Prisoner 709 quello che mi tocca davvero nel profondo sono i riferimenti alla condizione dell'artista ingabbiato in un ruolo insidioso, alle insicurezze, e infine alla realizzazione che ciò che conta è quello che Ti fa stare bene. Ed è molto presuntuoso, certo, dire lo capisco, riconoscere in certe liriche le sensazioni e i sentimenti che ancora sto processando e che diventano, certe notti, un infinito travaglio. Cambia veloce il mondo, cambiano rapide le possibilità, ma la libertà arriva quando ci si rende conto di essere liberi di non correre per star dietro al vortice; che non è necessario inseguire, che non è affannarsi che ci renderà felici; che la strada giusta non è quella dove tutti corrono, ma quella che ci si crea da soli, dove il panorama ci piace, l'aria pura la si può respirare a pieni polmoni e ci si può fermare a contemplare un'alba finché ci aggrada, senza sentirsi in dovere di presenziare dove le insegne luminose strillano "è questo il posto in, è qui che volete essere".
Buon ascolto.

lunedì 4 dicembre 2017

Dicembre

Periodo di riflessioni, di lavoro, di progetti da portare avanti e di altri da lasciare indietro. È un momento in cui le giornate sono corte e il tempo vola velocissimo, e già siamo arrivati a dicembre anche se mi pare ieri che festeggiavo Samhain. Le cose da fare sono tante, i lavori da seguire pure, ma non voglio farmi prendere dall'affanno: sono giorni in cui preferisco coccolarmi. Scegliere di dedicare più tempo alla lettura, la sera, allenarmi con un circuito e poi rilassarmi con una doccia un po' più lunga del solito, vedere posti belli, frequentare persone piacevoli.
Forse anch'io sto riposando come i semi nel terreno, di fronte a un mese che già si prospetta talmente denso da sfrecciare via probabilmente in un lampo. L'ultimo di un anno faticoso ma anche soddisfacente, pieno di pensieri ma anche di esperienze da ricordare. L'anno "nel mezzo del cammin" della mia vita, che mi ha insegnato l'importanza del tempo per sé, che ha portato magia e sole, sudore e novità. Chissà che il 2018 non sciolga un po' del ghiaccio che resta a bloccarmi ora.
È un dicembre bianco, questo, anche se di neve qui non se n'è ancora vista. È un dicembre che ha l'oro delle fiamme di candela, il verde delle piante che resistono anche al gelo. Spero diventi fuoco d'ispirazione, coraggio e tenacia, e se stanchezza sarà, che sia senza pigrizia.

E mentre affronto dicembre un giorno alla volta, vi lascio un "consiglio di lettura" che fa il paio con il volume che vi avevo suggerito all'epoca di Halloween: stavolta si tratta di Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi (in foto, insieme al Pampe incuriosito dall'albero). Dal solstizio d'inverno all'epifania, tutte le tradizioni italiane legate a un periodo magico, di ritorno alla luce, di rinnovo del tempo ciclico, di celebrazione dei morti, di riti propiziatori per il futuro. Un libro densissimo e pieno di curiosità, di dettagli insoliti vicinissimi a noi eppure forse nemmeno sospettati; un libro, come quello su Halloween, che amo  consigliare ogni anno. Sarà che il folklore e le tradizioni popolari mi affascinano da sempre, sarà che quest'anno più che mai mi sembra di percepire l'oscurità e il candore di questi giorni, sarà che la vita è troppo breve per non tentare di riappropriarsi del tempo più prezioso - quello per volersi bene e per le persone importanti - e il mondo è troppo vasto e variegato per rifiutarsi di vederne la magia.

On air:
la magica e inquietante Trollferd, Kari Rueslåtten.


Il disegno viene da Pinterest.

martedì 28 novembre 2017

Quando le parole non arrivano

La settimana scorsa ho voluto riflettere su come risolvere l'impasse quando, per dirla in maniera semplice, non si sa "che cosa far succedere" in una storia, poiché è un argomento che mi capita spesso di affrontare con gli autori più o meno esperti che assisto. Il passo successivo e naturale è affrontare invece il più famigerato e insidioso "blocco dello scrittore": quando, insomma, anche sapendo che cosa dovremmo scrivere le parole non vogliono saperne di arrivare.
Ecco dunque qualche consiglio sparso, augurandomi non debbano mai servire, ma sperando che vi siano utili nel caso ne abbiate bisogno in futuro.

1-Un bel respiro.
I periodi no capitano, punto. L'essenziale è non andare nel panico, e forse basterà, per sbloccarsi, accettare la necessità di uno o più giorni di pausa. Prendete aria, fate passeggiate, leggete, tuffatevi in una serie tv, cucinate... distraetevi insomma, evitando l'ansia da chiodo fisso.

2-Rileggere.
Non mi è mai capitato un vero e proprio "blocco", ma nei periodi no, quando le parole arrancano, trovo utile rileggere il libro da capo, o rileggere le mie scene preferite, per ritrovare il "mood", per re-innamorarmi della storia e dei miei personaggi, per ricordare perché voglio scriverla e che cosa mi piace di quell'idea, di quei protagonisti, di quelle atmosfere.

3-Saltare.
Non fisicamente, intendo! Semplicemente, anziché proseguire in ordine, potreste pescare la scena che non si vede l'ora di scrivere - un dialogo al vetriolo, il confronto finale, l'evento che spinge il protagonista ad agire e affrontare i suoi problemi... Insomma, quello che più ci intriga, anche se è più avanti rispetto a dove si è arrivati. Mi ha spesso aiutato a sbloccarmi quando non c'era verso di proseguire dal punto in cui ero arrivata. L'importante è sapere che, quando si riparte nell'ordine giusto e si arriva alla scena anticipata, andrà probabilmente riscritta o modificata, per evitare incongruenze.

4-Cambiare "scenario".
Per esempio, andare a scrivere all'aperto, o in un bar che si ama, o in biblioteca, o in altri posti tranquilli e confortevoli; oppure, cambiare orario, e scrivere al mattino se solitamente lo si fa di sera, o viceversa; usare una musica di sottofondo se di solito preferite il silenzio, e così via. Scuotete le vostre abitudini e sorprendete voi stessi... e la vostra musa.

5-Intervistare il protagonista e/o i personaggi principali.
Farli parlare di sé, di come si sentono, di ricordi particolari, o anche banalmente dei loro gusti in fatto di cibo o colori o qualsiasi cosa vi venga in mente, e litigarci, perfino, può essere un buon modo per sbloccare l'inconscio, evocare qualche scintilla d'ispirazione, e nei casi migliori arrivare a focalizzare i problemi della storia che stanno ostacolando la scrittura.

6-Fare un salto su http://writeordie.com... se ne avete il coraggio.
Si tratta di un sito dal nome innegabilmente inquietante, che "costringe" a scrivere di fila per una determinata quantità di tempo - mezz'ora, tre quarti d'ora, ci sono varie opzioni - senza preoccuparsi della forma. Se si smette di battere i tasti, presto suoni fastidiosi di vario tipo arrivano a dare una sferzata. In alcuni momento, in passato, l'ho trovato utile; dateci un'occhiata.

7-Spegnere internet.
Ultimo, ma non meno importante... bando a Facebook, Twitter, posta elettronica e quant'altro. Almeno mezz'ora-tre quarti d'ora di black out informatico prima di concedervi una (breve) pausa dalla scrittura; magari, a ostacolarvi sono proprio queste distrazioni.

Se avete altri consigli, sarò curiosa di sentirli: non si finisce mai di imparare, e di sperimentare. In ogni caso, in bocca al lupo, e buona scrittura!

L'immagine viene da Pinterest.

lunedì 20 novembre 2017

Scrivere sotto la doccia

Okay, okay. Non sto per dirvi di annacquare il portatile sotto il getto caldo, né di scrivere col bagnoschiuma, né di comprare pennarelli indelebili e decorare le piastrelle con la trama del vostro prossimo libro (anche se ehi, non trovate affascinante l'idea di prendere appunti sul primo muro che capita? O su quelle fighissime lavagne giganti che nei telefilm americani si riempiono poi di fili rossi di collegamento, foto e foglietti, scarabocchi e freccine?... Ma non divaghiamo).
No, quello a cui mi riferisco è il fatto che, si sa, spesso le idee migliori vengono quando non siamo davanti al computer a fissare il minaccioso foglio (virtuale) bianco, né quando stiamo dando testate contro il muro nel tentativo di smuovere neuroni recalcitranti. Mi è successo proprio ieri, mentre sorseggiavo un cappuccino e chiacchieravo d'altro, ancora impigrita dal fatto di essermi alzata a fare colazione all'ora in cui avrei dovuto pensare al pranzo... E credo che chiunque frequenti a qualsiasi titolo gli scribacchini come me riconosca questa situazione: non è raro che nel bel mezzo di un discorso qualsiasi io rimanga a fissare il vuoto dieci secondi e poi salti fuori con una frase che non c'entra niente, stile JD di Scrubs: del tipo "cosa manca in casa che facciamo la spesa?" - "Ma certo, gli unicorni!"oppure "Cosa regali a tua madre per Natale?" - "Chiaro, devo farle incontrare l'assassino!"

Ultimamente, tra amici o da insegnante, tra colleghi o da editor, mi è capitato spesso di discutere con scrittori, appassionati e lettori di come sistemare trame promettenti ma non ancora complete, risolvere impasse in cui ci siamo* cacciati in una storia, sviluppare un abbozzo di idea in un romanzo completo. Il tutto si può riassumere con una domanda: "Che cosa succede nel tuo libro?"
Ecco, se anche voi in questo momento siete - come me - in fase di progettazione di una storia, e la vostra scaletta ha più buchi di un colapasta, date retta a Douglas Adams e ripetete: don't panic. Non dovete risolvere tutto adesso. Il personaggio che vede il cazzotto del suo antagonista in rapido avvicinamento verso la propria mascella, e deve decidere se parare o schivare, contrattaccare o fuggire, non finirà mazzuolato di botte solo perché non sapete decidere all'istante la sua strategia. Se vi sentite la testa piena solo d'aria e non sapete che fine abbia fatto il vostro cervello, non disperate. Non esistono formule magiche per risolvere il problema (anche se un bell'incantesimo potrebbe aiutare, ma qui andiamo fuori tema!). Esistono però strategie, da provare e adattare a piacimento. Ecco cosa faccio io.

1-Buttare giù appunti (a mano o su pc).
Quando si presenta il problema, spesso trovo utile scarabocchiare su un foglio vero, appuntandomi brevemente i punti fermi della scaletta e ipotesi sparse per riempire i buchi. A seconda dei casi, dell'umore, del momento, procedo per punti (come in questa lista), oppure vado di frecce e freccine, schemi, flusso di coscienza, qualsiasi cosa funzioni.
Se il momento in cui mi blocco coincide con una sessione di scrittura al computer, butto giù i miei appunti direttamente sul file, qualche riga più sotto, e li tengo sotto gli occhi mentre rimugino.

2-Pazientare.
La cosa più difficile e più utile. Mettere da parte gli appunti di cui sopra e lasciar passare un po' di tempo, permettendo all'inconscio (i "boys in the basement" li chiama King) di lavorare con i suoi tempi. Quando mi trovo a rimuginare sul problema nei momenti più impensabili, anche se la soluzione non arriva subito, il percorso è giusto. In genere, meditare a letto prima di dormire e soprattutto prima di alzarsi, in stato di dormiveglia, per me funziona in maniera particolare. Prima o poi, quei "frammenti svolazzanti" di idee si combineranno da sé e faranno "click", creando qualcosa di nuovo, cristallino, perfetto allo scopo. Ecco, il momento del "click" è uno dei più belli che si possa vivere da scribacchini.
Funny fact: il mio "click" per la risoluzione del secondo Angelize è arrivato esattamente mentre scrivevo. L'idea su come vincere e aggiustare una situazione incasinatissima l'ha avuta Haniel, insomma, non io. E meno male, perché dopo aver scritto centinaia di migliaia di battute cominciavo a sudare freddo... Di solito cerco di conoscere il finale della storia prima di viverlo con i personaggi. Anche perché poi ovviamente la prima stesura ha richiesto un notevole lavoro di revisione, per eliminare il superfluo e focalizzare il tutto in base al finale.

3-Brainstorming.
Se avete uno-due persone, tra amici, colleghi, fidanzati, parenti vari che seguono le vostre disavventure letterarie e di cui vi fidate, il brainstorming fa meraviglie. Per quanto mi riguarda, discutere di trame con la persona che solitamente sopporta i miei sproloqui su questo o quel personaggio con ineffabile pazienza è un  metodo sicuro per smuovere le acque stagnanti della crisi. Non lo faccio con chiunque, ribadisco: anche perché ho bisogno di abbandonare ogni imbarazzo, e non ci riuscirei se non con selezionatissimi prescelti.

4-Rileggere
Ripartire da capo e rileggere quello che si è scritto, se abbiamo già buttato giù una parte del romanzo e la trama si è ingarbugliata inaspettatamente, può aiutare a riprendere coraggio, notando il buono di quello che avete fatto, portando la mente a concentrarsi su altro rispetto al problema più urgente ma senza uscire dall'atmosfera della storia, e nei casi migliori a farvi notare una possibile soluzione che vi era sfuggita, o possibili modifiche che miglioreranno la trama e la sbloccheranno.

5-Rispolverare le basi.
Di schemi come il viaggio dell'eroe o l'arco di trasformazione del personaggio si parla spessissimo, e anch'io li cito sovente quando mi trovo a fare da "coach" ad altri. Tuttavia, il mio consiglio è leggere i testi che li descrivono e tenerli da parte: non impazzite per impararli a memoria e seguirli punto per punto, tappa per tappa a priori. Descrivono una tendenza naturale delle storie che funzionano, e il modo migliore per assimilarli e farli davvero propri è semplicemente immergersi nelle storie: leggere, scrivere, guardare film e serie tv. Quando ho letto per la prima volta i testi che vi ho linkato, non ho scoperto idee rivoluzionarie e impensate: ho solo dato un nome diverso a cose che già sapevo. Anche adesso, non parto né dall'uno né dall'altro; ma quando sono bloccata su qualche punto della trama, tirarli fuori, prendere carta e penna e provare a schematizzare il romanzo che mi fa faticare seguendo quegli schemi mi aiuta a riflettere e a tirare fuori idee su come continuare. Quindi: utilissimi, ma non quando diventano una gabbia che vi fa sentire ancora più bloccati. Se il viaggio del vostro eroe salta una tappa, o ne ripete una tre volte, può funzionare lo stesso; se l'arco del vostro personaggio allunga o accorcia, aggiunge o sposta una fase, può funzionare lo stesso.

Se invece sapete benissimo cosa deve succedere, ma le parole non vogliono proprio arrivare, le strategie sono altre, e se può interessarvi ne parlerò in futuro. Se poi avete dei consigli da condividere su come risolvere gli snodi narrativi complicati o "farsi venire le idee", li apprendo volentieri ^^


* Ci hanno cacciati. I personaggi. Ovviamente.

L'immagine viene da Pinterest.